I bambini e la scoperta del sesso: se il porno ha il monopolio dell'educazione sessuale nazionale...

In una quinta elementare della scuola Bollini di Novara i bambini pongono alla propria maestra alcune domande sul sesso. Masturbazione, sesso orale, sadomaso...: la curiosità degli alunni è davvero ampia e la maestra risponde a tutto, forse in modo troppo dettagliato. Scoppia la bufera: i genitori vogliono che l'insegnante venga cacciata [Corriere].

Gli esperti di educazione sessuale danno tre consigli base per parlare di sessualità ai più piccoli: evitare di non rispondere alle loro domande ("Te lo spiegherò quando sarai più grande"), di dire cose non vere ("Ti ha portato la cicogna") e di usare un linguaggio non appropriato o non comprensibile ("Si sbatte il battacchio nella passera", ma anche "Si inserisce il pene, a partire dal glande, nella vulva, situata nella parte anteriore del perineo"). In poche parole: rispondere sempre, rispondere il vero, rispondere bene.

Il silenzio crea solo danni, anche perché i bambini le risposte le trovano comunque: quando frequentavo le elementari c'era chi provava le posizioni del Kamasutra con Barbie e Ken nudi, chi si guardava col fratello maggiore le videocassette a luci rosse del padre prima di venire a scuola, chi si nascondeva nelle aule dell'oratorio a leggere fumetti pornografici... In terza elementare tutti sapevano come ci si masturba e molti già lo facevano. E, in quei tempi non troppo lontani, di Internet e di videofonini nessuno aveva ancora mai sentito parlare...

Insomma, il problema, in fin dei conti, è piuttosto semplice: in un modo o nell'altro i bambini scoprono il sesso sempre prima e, a meno di chiuderli a chiave in una stanza senza tv, telefono e computer (e tuttavia rimane loro a disposizione il proprio corpo con tutte le sue mirabili sensazioni), tutto questo è inevitabile. Che fare, allora? Affidare la loro educazione sessuale esclusivamente alla pornografia o chiedere a genitori e insegnanti di rimboccarsi le maniche e spiegare - il che, insegna il dizionario, è diverso da pubblicizzare - il sesso a figli e alunni?

E qui sorge il secondo problema: gli italiani adulti sono cresciuti come stanno crescendo i loro bambini, senza nessuno che parlasse loro tranquillamente di sessualità e affidando quindi le proprie conoscenze alla sola pornografia, di cui sono avidi fruitori [Repubblica]. Insomma, il rischio è che trasmettano ai propri figli solo tabù e ignoranza.

Prendiamo ad esempio un titolo del Corriere della Sera di oggi: "I rapporti sadomaso uniscono le coppie - Sul New Scientist i risultati di due ricerche sul sesso estremo: funziona se i partner sono consenzienti". Ommamma, ecco sul principale quotidiano nazionale il trionfo del luogo comune, con la confusione tra sadomaso e violenza sessuale! Chi ha scritto quel titolo non ha pensato che è tutto il sesso a funzionare se i partner sono consenzienti, perché se non si è consenzienti non funziona né la frusta né il pompino?

Lo studio, comunque, si occupa dell'analisi della produzione di ormoni durante rapporti sadomasochistici. Un concetto troppo complesso per chi magari è cresciuto tra i silenziosi tabù della famiglia e della scuola e le riviste porno nascoste nei libri di testo di matematica...


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Preservativo, aborto, divorzio, omosessualità... I cattolici francesi bocciano papa Ratzinger

Il governo francese continua a muovere pesanti critiche alle posizioni espresse da papa Benedetto XVI in Africa a proposito del preservativo. Il Ministero degli Esteri parigino, dopo le accuse mosse dal Vaticano, ricorda imperterrito che "la frase del Papa sul preservativo può avere conseguenze drammatiche sulla politica mondiale in favore della salute" [Repubblica].

Intanto le immagini delle proteste di Act Up davanti a Notre Dame hanno fatto il giro del mondo, ma non rappresentano probabilmente l'aspetto della questione che desta più preoccupazioni nelle gerarchie cattoliche francesi. Ben più allarmanti, infatti, appaiono i sondaggi pubblicati in questi giorni sulla stampa d'Oltralpe.

Un sondaggio di "Le Parisien" e "Aujourd'hui en France" (si tratta in realtà dello stesso quotidiano, in versione parigina e nazionale) racconta il crollo di consensi per Ratzinger tra i francesi: se a settembre 2008 il 53% era favorevole al papa e il 25% contrario, oggi le due cifre sono praticamente ribaltate (il 23% lo promuove ed il 57% lo boccia). E se si analizza la popolazione cattolica il crollo si fa ancora più eclatante: le opinioni positive precipitano dal 65% al 29%, quelle negative salgono dal 19% al 55%...

Lo stesso crollo è registrato anche dal settimanale "le Journal du Dimanche" che ha pubblicato un sondaggio relativo alle opinioni dei cattolici francesi. I quali non paiono apprezzare per nulla le posizioni del papa su tutti i principali argomenti etici e chiedono alla Chiesa di tenere conto dei cambiamenti intervenuti nella società e, quindi, di modificare la propria dottrina a proposito di contraccezione (85%), aborto (83%), nuove nozze dei divorziati (77%) e omosessualità (69%). L'evidente scontento si traduce così nella richiesta, da parte del 43% dei cattolici francesi, delle dimissioni di Ratzinger, il quale, per il 49% dei fedeli d'Oltralpe, starebbe difendendo male i valori del cattolicesimo.

Sembra insomma evidente la necessità di un urgente intervento dello Spirito Santo. Per ora, però, si è fatto sentire solo Berlusconi, che sta troppo sulle palle ai francesi per far cambiare loro opinione...



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James Ellroy, il noir e il campo di cipolle


Tutto quello che mi resta è la volontà di ricordare. Non c'è più il tempo: solo sogni febbrili. Mi sveglio con un senso d'ansia; ho paura di dimenticare. Nelle fotografie la donna è sempre giovane.
(James Ellroy - White Jazz)

Mi ricordo la prima volta che ho tirato un pugno in faccia ad un ragazzo. Avrò avuto dodici anni. L'altro era un coetaneo. Il motivo forse non c'è mai stato, ma quello che accadde dopo è ancora in memoria. Così come il suo sangue sulle nocche delle mani. Il suo naso ne perdeva di continuo. L'unica fortuna fu che non si ruppe. Andò in un bagno, si ripulì con dell'acqua fredda poi uscì. In quel momento non mi sentii strano, né più forte. Non c'era spazio nemmeno per dei sensi di colpa. Quelli vennero dopo, accompagnati da altre situazioni simili.
Ne diedi altri, ne ricevetti altri. Forse con più interessi di quanti me ne aspettassi. Si va avanti, ci si rende protagonisti di altre situazioni di violenza. Eseguita o subita, non importa in quale ordine. Avvicinandosi dentro di sé, nel perdurare del sangue che, senza intoppi, può continuare a fare quello che più gli aggrada.
Spesso si parla di violenza come qualcosa che esiste di per sé. Qualcosa di fisico principalmente, spesso dimenticandosi che quella non è mai un fine, ma solo un mezzo. In qualunque forma che essa può presentarsi. Un pugno come una parola. Ne diventa un tramite per qualcosa di altro. La violenza mediatrice.
Fare i conti con questi aspetti porta poi a crescere. Più in fretta o più in sordina. Senza scampo per cani o porci. Diventa parte integrante della vita senza avere un benchè minimo senso. Passato o non passato, senza lotte o stracci di pace. Si fanno i conti, si superano certe questioni insolute che la violenza porta con sé. Quello che rimane è sempre qualche cicatrice, solitaria, da condividere con parsimonia e cautela. E' testimone preziosa del tempo.
Ma la cosa più tremenda della violenza è la solitudine che l'accompagna, specie quando viene subita. Si annida dentro, fagocitando ogni briciola nascosta di speranza o articoli correlati. E' una solitudine strana, pressante e necessaria. Il suo animo è noir, come il genere letterario. Per questo, forse, più che un genere il noir è uno stile di vita. Cambia inoltre la prospettiva, se è imposto o scelto autonomamente. Il noir è qualcosa che brucia e che fa bruciare chi lo tiene stretto. Un percorso nei sotterranei. Nessun piagnisteo o vittimismo. E nemmeno rassegnazione. Solo vedere il mondo da un angolo insolito. Quello per cui non dici che le donne sono tutte puttane se ti tradiscono una volta, ma resti lì a domandarti perchè se le guardi negli occhi non puoi fare a meno di impazzire per loro.
James Ellroy lo spiega in un articolo tutto questo. Attraverso una passione per i libri che oltrepassa il confine della legalità. E' solitudine sì la sua, ma non solo. Non riesce a trasmetterla tutta. Una parte la conserva per sé come uno scrigno. Ne condivide una fetta. Domanda se c'è un libro che possa far cambiare la vita. Il suo è un tentativo di una ricera di una risposta. Una strada che sa anche di redenzione. E' un lastricato, attraverso un campo di cipolle, dove le lacrime evocate e nascoste sono pubbliche. Ma il resto no, è celato. Quello rimane solo un segreto noir.

http://www.corriere.it/cultura/09_marzo_22/ellroy_9bba59ca-16c1-11de-a7e8-00144f486ba6.shtml


NoirPink - modello PANDEMONIUM sull'Unità

Storie di diritti negati
di Marco Rovelli [l'Unità]

Ci sono molti blog interessanti nel vasto arcipelago che dedica un'attenzione particolare al mondo gay, lesbico e trans. Un buon esempio è NoirPink modello Pandemonium, che ho trovato sfruciuliando nella vetrina del meta-blog delle sinistre Kilombo.

Il post su cui sono planato raccontava l'esperienza di "essere rom nelle chat room italiane", dove basta il nick "ragazzo rom" per innescare un ammasso di pregiudizi e luoghi comuni.

Da lì mi sono inoltrato in un'inchiesta decisamente interessante. Riguarda le famiglie in cui un figlio/a cresce con genitori dello stesso sesso: "La mamma è sempre la mamma. Anche quando raddoppia". E' la storia di due donne, Giusi che ha 43 anni, della sua compagna Cristina che ne ha 40, e della loro bambina Luisa che ne ha 6. E a chiosa della storia, l'intervista alla presidentessa dell'associazione Famiglie Arcobaleno: "
Il nostro obiettivo è che il genitore 'non legale' possa adottare suo figlio alla nascita o, ancora meglio, possa riconoscerlo e assumere così tutta la responsabilità nei confronti di un minore che ha voluto mettere al mondo: può lasciare la sua eredità, essere l'affidatario in caso di morte prematura dell'altro genitore, può, in caso di separazione, continuare la relazione genitore-figlio, eccetera... Insomma, è una tutela per il genitore, ma soprattutto per i bambini che legalmente hanno un solo genitore: in caso di disgrazie, si prospettano drammi e difficoltà che non dovrebbero essere consentite".

Inchiesta particolare invece quella sui "nazismi gay". Uno dei fondatori della più grossa community online di gay feticisti del nazismo si dice ebreo. C'è una lista di discussione in rete dei sostenitori gay del partito fascista e razzista inglese Bnp. E un'intervista a un gay nazista dell'Illinois (sì, proprio come quelli dei Blues Brothers...).

Appello per i medici palliativisti

Arianna Cozzolino, già intervistata sui processi di cura della medicina palliativa, ci chiede di pubblicare un appello, presentato a diversi parlamentari, circa il futuro ruolo del medico palliativista. Una discussione che, nelle Camere alte del Governo, si è trasformata in un ddl.

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Egregi,
è in discussione in questi giorni alla camera il ddl sulle cure palliative.
Alcuni parlamentari hanno presentato, tra gli altri, un emendamento che prende in esame la peculiare situazione dei medici palliativisti che si trovano in una situazione di precariato legata anche alla assenza di un titolo di specializzazione.

Chiedo di prendere in urgente considerazione quanto segue:

I professionisti che si sono dedicati a tempo pieno da tempo (spesso dieci, venti anni) a questo lavoro senza avere un qualunque titolo di specializzazione, con la variazione delle norme concorsuali, non hanno oggi il diritto di partecipare ai concorsi pubblici.
Coloro che avessero partecipato e conseguito la possibilità di entrare in una scuola di specialità (o coloro che decidessero di farlo) dovrebbero abbandonare il loro lavoro attuale non essendo compatibile con la frequenza in specialità, secondo le norme previste.
Pur essendo le stesse persone che per anni hanno garantito lo svolgimento della assistenza ai malati terminali , soprattutto in strutture del S.S.N., si realizza un grottesco paradosso:
non possono accedere ai concorsi per essere dipendenti perché non in possesso di specialità e non possono accedere alla specialità mantenendo il loro lavoro perché non sono dipendenti pubblici.
Va pure sottolineato il fatto che, non esistendo la scuola di specializzazione in cure palliative, essi dovrebbero dedicare almeno 4 anni della loro vita e formazione ad imparare qualcosa che con le cure palliative poco c’entra per andare a fare un lavoro di cui hanno già un notevole patrimonio di esperienza e competenza che, in questa situazione, rischia di essere completamente perso, lasciando gli stessi medici in una condizione di precariato a vita o addirittura senza possibilità di lavoro.
Uno spreco di risorse e professionalità che non pare giustificato e umilia.
Vi chiedo, pertanto, di considerare questa situazione e di intraprendere azioni che possano porvi rimedio.
Confidando nella vostra attenzione, porgo i miei più sinceri saluti

Arianna Cozzolino

La medicina palliativa spiegata da Arianna Cozzolino


Nonostante i grandi propositi, l'interesse generale mass-mediatico sul tema del testamento biologico è calato rapidamente dal caso di Eluana Englaro. Tutto è ritornato in sordina, mentre rimane ancora un grosso vuoto legislativo.
Arianna Cozzolino, medico palliativista che da più di venti anni si dedica all'assistenza dei malati terminali, ci ha concesso questa intervista incentrata sul tema del dolore nella malattia, sugli hospice e su varie riflessioni circa il tema della morte, uno dei più grandi tabù del nostro mondo.

Chi è un medico palliativista e che lavoro svolge essenzialmente?

Un “palliativista” è un professionista che si occupa di cure nate come risposta ai molteplici problemi delle persone (e delle loro famiglie o reti di supporto analoghe) che si trovano nell’ultimo periodo della vita dopo una diagnosi di malattia inguaribile, storicamente prima tra tutte il cancro: persone spesso dimesse dalle oncologie o da altri reparti ospedalieri e mandate a casa perché fuori dalle cosiddette cure “attive”, persone che non hanno altre terapie da fare per quanto concerne la malattia in sé, che non è più guaribile, ma che hanno infiniti bisogni di ordine fisico (dolore, vomito, fatica a respirare ecc.), psicologico, spirituale, sociale ecc.
Il lavoro di un medico di cure palliative consiste nel collaborare in équipe con altri professionisti, prevalentemente infermieri e psicologi, per organizzare una assistenza a malati nella fase terminale della loro vita.
Un altro contributo alla realizzazione del progetto di cura è dato dalla figura del volontario, persona formata per stare vicino al malato e/o al familiare, che fa parte integrante dell’équipe di cure palliative pur non avendo compiti sanitari ma di sostegno e vicinanza a malato e familiari.
L'assistenza, nel mio caso, viene erogata a casa del malato stesso ma è previsto che le cure palliative possano essere effettuate anche in Hospice o ancora meglio, attraverso una rete di assistenza, cioè, a seconda di momenti, situazioni, condizioni, possibilità e scelte di malato e famiglia (quando c'è!) sia a casa sia in hospice. Questa ultima opzione garantisce la effettiva possibilità di scelta sul luogo dove concludere la propria vita. Il lavoro è multiprofessionale e multidisciplinare perchè è impossibile far fronte con le sole conoscenze e competenze di un professionista (solo il medico, solo l'infermiere ecc.) ai molteplici bisogni di queste persone. Il lavoro in team dovrebbe essere, quindi, uno dei presupposti organizzativi. Le competenze di un team di cure palliative, oltre a quelle clinico-assistenziali, dovrebbero comprendere anche antropologia (usi, riti, cultura), bioetica (scelte di fine vita), relazione e comunicazione con malato e familiari, deontologia e diritto, valutazione della qualità della assistenza, della qualità di vita e della qualità di morte, organizzazione, lavoro e dinamiche di équipe . Dovrebbe essere evidente, inoltre, che il costante contatto con la morte richiede una analisi dei propri atteggiamenti nei confronti della fine della vita, partendo dalla consapevolezza del proprio sentire e delle proprie paure, per poter affrontare con competenza e "serenità" quella degli altri. Se ne evince che gli operatori devono SCEGLIERE di fare questa professione, devono poter avere una formazione specifica sui temi nonché la possibilità di supporto/supervisione da parte di persone esperte, psicologi e altri colleghi formati e più anziani. Il problema della formazione è a tutt’oggi abbastanza critico. Non esistono, per esempio, scuole di specializzazione post-laurea in cure palliative ma solo corsi di varia tipologia e durata. La situazione, in generale, è però molto difforme e complessa, per questo, mentre scrivo, mi rendo conto che la pagina è fortemente limitante.

Cosa è e come funziona un hospice?

Un hospice dovrebbe essere un elemento della cosiddetta “rete” di cure palliative, cioè quel sistema integrato di strutture che si prende cura dei malati al termine della vita e dei loro familiari attraverso l’intervento di équipe multidisciplinari, come detto prima, in cui si possano sviluppare anche ricerca e formazione.
In Italia le cure palliative si sono sviluppate prima come modello di assistenza a casa (cure domiciliari) e in un secondo momento, attraverso l’apertura di Hospice, strutture di ricovero in cui potevano accedere le persone che, per motivi diversi ma sostanzialmente per la impossibilità o per difficoltà temporanee a rimanere nella loro casa, avevano bisogno di essere aiutati nella ultima fase della malattia stessa. Gli Hospice realizzano la possibilità di assistere questi malati con lo stesso modello di cure palliative a domicilio (curare anche se non si può guarire, farsi carico dei bisogni di malato e familiare, garantire la migliore qualità di vita possibile e la migliore qualità di morte) in strutture “protette” che rispondano non alle esigenze della struttura stessa (come in ospedale) ma a quelle di chi è ricoverato, per esempio favorendo la presenza dei familiari e la possibilità di stare anche a mangiare e a dormire con lui/lei, dando la possibilità di accedere alle cure appropriate anche alle persone che non hanno familiari che possano assistere a domicilio in maniera continuativa, offrendo supporto al malato e a chi lo assiste, dando la possibilità ai familiari di riposarsi per periodi di tempo senza “abbandonare” il malato ecc.
La distribuzione delle reti di cure palliative è estremamente difforme sia per tipologia sia per quantità in Italia. Per quanto riguarda la tipologia non esiste un modello unico: in regione Lombardia dal 2005 è iniziata una “sperimentazione” di ospedalizzazione domiciliare per malati oncologici, gestita da Unità di Cure Palliative ospedaliere, che vuole portare a casa dei malati di cancro in fase terminale cure erogate da professionisti 24 ore su 24 e per 365 giorni all’anno. In altri casi è il medico di medicina generale che si fa carico, assieme al personale delle ASL, della assistenza. In altre realtà, ancora, esistono solo organizzazioni non-profit che si fanno carico dell’assistenza sul territorio. In rari casi le équipe domiciliari e dell’Hospice sono le stesse, nella maggioranza dei casi sono équipe diverse. La distribuzione è, poi, alquanto disomogenea, con una netta concentrazione nelle zone del centro-nord e una marcata disomogeneità nelle aree del sud e isole.
Le cure palliative, in sintesi, mettono al centro della assistenza la qualità della vita del malato, con le scelte che lo riguardano, supportando lui/lei e i familiari nelle diverse fasi della malattia, fino alla morte e anche dopo, fornendo supporto al lutto per i familiari che ne abbiano bisogno.
L’Hospice, dovrebbe essere un luogo che consenta di riproporre il progetto delle cure palliative in una struttura con assistenza qualificata, come in un “pezzo della propria casa”.
Alcuni Hospice, oggi, stanno allargando i criteri di ammissione anche ai casi di malati non-cancro, sempre in fase avanzata/terminale (malattie neurologiche, cardiopatie, malattie pneumologiche ecc.)

Quanto supporto psicologico è necessario per il malato e i familiari di una persona che segue una terapia del dolore?

Posto che la terapia del dolore è solo una parte di quanto stiamo parlando, empatia , accoglimento, vicinanza e rispetto sono fondamentali sempre ed ancor più in situazioni come quelle a cui ci stiamo riferendo ma questo non significa che ci sia sempre bisogno di un intervento diretto della figura dello/a psicologo/a, a mio modo di vedere, anche considerando le risorse, sempre scarse, di cui si dispone.
Il rischio, lavorando in équipe multi-professionali, è che ciascuno identifichi il proprio pezzettino di lavoro e deleghi agli altri la gestione di ciò che non ritiene di sua competenza. Il malato non può essere spezzettato e spesso ha come punto di riferimento gli operatori che vede più spesso, infermiere/a e medico. Siccome è altrettanto evidente che la relazione in questi casi è fondamentale e che gli aspetti della fine della vita mettono in gioco problemi, emozioni, comunicazioni delicatissime, vedo la figura dello/a psicologo/a come essenziale nella formazione della équipe: ogni operatore dovrebbe essere formato su come affrontare gli aspetti che entrano in gioco nella relazione con questi malati e con le loro famiglie, a partire dal riconoscimento e gestione delle proprie emozioni, tanto per cominciare. Gli operatori dovrebbero, inoltre, avere dei momenti guidati di confronto in équipe, non solo legati al passaggio di consegne sugli aspetti tecnici dei diversi casi, e dovrebbero poter essere supportati in caso di bisogno.
In questo modo potrebbero essere in grado di gestire al meglio le situazioni, sempre delicate, dando risposte adeguate e di distinguere quei casi in cui è davvero essenziale l’apporto dello specialista psicologo, sia per il malato sia per i familiari (molto più di frequente).

A distanza di tempo, come consideri la vicenda su Eluana Englaro? E come pensi si possa risvegliare le coscienze su un tema importante come il dolore?

La gestione del caso Englaro mi ha fatto vivere un senso di frustrazione, dolore , così come mi lascia sempre annichilita l’evidenza della arroganza e della ignoranza a cui anche in questo caso ho assistito, giudizio che non voglio si confonda col rispetto dovuto alle diverse posizioni. Io sono convinta che il sentire comune sia molto diverso da quello degli spettacoli mediatici a cui siamo stati sottoposti. E’ stato un grande scossone per tutte le coscienze e, per questo, il gran parlare che se ne è fatto non è stato certo negativo in termini assoluti anche se ogni tanto, pensando a Beppino, mi domando dove abbia trovato la forza di resistere ancora, dopo anni, a tutto quello a cui è stato sottoposto.
I temi sollevati sono di grandissima importanza e, ancora una volta, sono temi che si incontrano riflettendo su vita e fine della vita, anche nei malati che curiamo ogni giorno. Anche in questa occasione, però, si sono messi insieme temi scientifici, bioetici, emotivi e se ne è fatto un minestrone condito da asserzioni ideologico-politiche astruse, nel senso più deleterio a cui siamo stati abituati ultimamente. Non credo che ci sia bisogno di risvegliare le coscienze dei cittadini sul dolore o, meglio, sulla sofferenza. Credo che ci sia bisogno di affermare diritti già sanciti che non vanno scippati, di consolidare e potenziare esperienze di cura di cui molti si riempiono la bocca (le cure palliative, quante volte citate) ma ancora non accessibili a tutti facendone dei diritti reali, per chi ne ha bisogno e anche per chi ci lavora molto spesso in condizioni di precariato, e di continuare la battaglia sui diritti civili senza procedere a singhiozzo come troppo spesso facciamo, solo sull’onda emotiva e facendo cadere nel dimenticatoio tutto, una volta passato il “polverone”.

Sognare la pace in un mondo di incubi: la mano tesa di Obama all'Iran e mille altre storie...

Ci dicevano di temere l'uomo nero, quando eravamo bambini. Però abbiamo imparato a non temerlo e ora possiamo ascoltare le parole di un uomo nero che descrivono un mondo in pace persino col "Satana" iraniano [l'Unità]. Il Presidente degli Stati Uniti d'America che tende la mano agli ayatollah di Teheran... Ci viene quasi da pensare: "Fanculo, io sto sognando".

Eppure non è un sogno Sikandar, il ragazzo pakistano che è passato dall'inneggiare alla bomba atomica al prendere come proprio modello di vita il pacifista indiano Gandhi, senza rinunciare a correre dietro alle minigonne... E le parole di Awad e Noa sono solo una canzone, ma non sono un sogno. E non sono un sogno neppure i mille casi di cooperazione tra persone palestinesi ed israeliani.

Certo, il mondo in cui "il lupo e l'agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà la paglia come un bue" (Isaia, 65, 25) è ben lontano. Anzi è solo un mito per bambini. E certo, "sangue" e "merda" sono le due parole che meglio di tutte descrivono questo mondo. Ma, d'altra parte, i sogni diventano realtà solo quando iniziamo a trasformarli in realtà.

E allora conviene davvero credere nella pace tra Stati Uniti e Iran, tra India e Pakistan, tra Israele e Palestina... Conviene credere nella pace e lottare per la sua realizzazione, tenendo aperto e ben vigile un occhio e chiudendo l'altro per sognare. E a chi ti dice di smetterla, perché è tutto inutile, è tutto impossibile, c'è solo sangue e merda, merda e sangue, e le lobby delle armi americane, ed il fondamentalismo islamico, ed i bombardamenti israeliani... a chi ti dice così ti vien voglia di replicare con un cortese: "Fanculo, tu non stai sognando". Perché chi non partorisce sogni, partorisce solo incubi.



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"Borghezio e la Lega Nord modello per i fascisti di tutta Europa": una video-inchiesta francese

Mentre Repubblica pubblica una lunga inchiesta sull'estrema destra italiana, ecco un'inchiesta francese sul fascismo in Europa ("Europa: ascensore per i fasci"). Si parla anche dell'Italia, dove i fascisti "condividono già il potere". Vi proponiamo l'indice dei passaggi dedicati all'Italia, i video e la traduzione della parte relativa a Mario Borghezio, intervenuto ad un incontro di Nissa Rebela, movimento regionalista-identitario del nizzese. Il presidente di questo movimento di estrema destra, Philippe Vardon, insieme ad altri tre militanti, è stato condannato a quattro mesi di carcere, 30mila euro di multa ed alla privazione dei diritti civili per due anni.


Intervento di Borghezio:
1° parte - dal minuto 05.10

L'Italia:
2° parte - dal minuto 04:35
3° parte - dall'inizio









Mario Borghezio, della Lega Nord, il grande partito populista italiano. Con 3 milioni di elettori, è la terza forza politica nel suo paese.

Borghezio: "
Non ho paura di mettere sulla copertina della nostra rivista la croce celtica, perché sono i simboli della nostra tradizione. Qualcuno dice che sono simboli fascisti, nazisti... me ne frego. E' lo stesso".

Mario Borghezio, ex sotto-segretario alla giustizia e parlamentare europeo, è stato codannato a 400 euro di multa per violenza su un clandestino e a 2 mesi e 20 giorni di prigione per incendio doloso di senza tetto stranieri.

Nell'Europa dell'estrema destra, Borghezio è un modello. Lui e il suo partito incarnano la prova che il neo-fascismo può ritrovare un ruolo nel vecchio continente. Sui 21 ministri dell'attuale governo Berlusconi, 4 sono della Lega Nord, il partito del signor Borghezio.

Borghezio: "
Bisogna liberare il nostro fascino, bisogna ritrovare l'impegno e la forza e l'entusiasmo di vincere le battaglie. Si inizia dal piccolo e si arriva lì dove dobbiamo arrivare, perché non siamo servi, siamo padroni, siamo padroni a casa nostra, è la nostra lotta, è il nostro dovere, padroni a casa nostra! Libertà! Nizza ribelle, ribellati!"

Dopo aver scaldato la sala, Borghezio va a dispensare i suoi consigli ai militanti. In genere, nessun giornalista dovrebbe sentire quello si diranno, ma ecco che la nostra videocamera gira.

Borghezio: "
Bisogna entrare nelle amministrazioni e nei paesini. Bisogna insistere molto sul lato regionalista del vostro movimento".

Militante nizzardo: "
Fingersi regionalisti è più facile per gli italiani che per noi".

Borghezio: "
Sì, ma è un buon modo di non essere immediatamente classificati come fascisti nostalgici, ma come un nuovo movimento regionale, cattolico, eccetera... Ma sotto sotto siamo sempre gli stessi".

Penetrate ovunque possiate e mentite per far dimenticare che siete fascisti. La videocamera è scoperta, non ne sapremo di più.

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Il silenzio non sempre è oro


Non può non scoppiare un casino verrebbe da pensare a leggere certe notizie. Si leggono una volta per far scomparire dal viso un sorriso amaro di incredulità attesa. Poi si da una seconda scorsa per analizzare meglio nomi e fatti. Con la terza volta si iniziano a collegare informazioni, vicende, stralci di riflessioni trovate altrove. Si discostano gli occhi e, dopo un breve momento di concentrazione, si perviene ad una opinione in materia. Se poi i fatti sono gravi, o molto gravi, allora si ricercano altre informazioni per meglio documentarsi.
Ma cosa succede se, nonostante tutto, le informazioni pubbliche, quelle di più facile accesso al lettore medio, scarseggiano? O mancano?
Ora, sono notizie di oggi due accadimenti con precedenti molto pericolosi verificatisi a Milano. La prima nuova è l'ordinanza di ventidue misure di custodie cautelari nei confronti di due famiglie della 'ndrangheta note nell'ambiente milanese, Nicoscia e Arena, e il sequestro di dieci milioni di euro. La seconda è il prolungamento dell'indagine nei confronti del sindaco Moratti per abuso di ufficio. Parallelamente, due casi nello stesso giorno e non tutto questo clamore.
Certo, non ci si fa una bella figura, specie se è dagli anni 80 circa che la 'ndrangheta utilizza Milano come punto di riciclaggio di denaro illecito. Detentrice della maggioranza di quote di mercato degli stupefacenti, infilata, come varie inchieste hanno dimostrato, in appalti di costruzione. Profumi anche nella gestione dell'Expo. Solo sospetti per ora.
Gli arresti hanno come protagonisti la terza generazione di 'ndranghetisti. Si abbassa notevolmente l'età, il genere non sembra più una caratteristica rilevante. Ragazze di venti anni, come Luana, figlia di Marcello Paparo, cui sono intestate società note per metodi mafiosi d'imprenditoria.
Una nuova generazione alle porte. Con più spirito imprenditoriale e commerciale, avviata lungo un cammino di successi che apparentemente possono risultare normali, se solo il denaro non avesse una storia dietro.
Ma è anche vero che Milano è la capitale del Nord, trascinatrice dell'economia nazionale, nulla a che vedere con quelle storielle di mafia che ci propinano sempre e che riguardano quegli ignoranti con lupara in mano. Milano è una città d'oro, il cui silenzio è anch'esso d'oro. Meglio tacere. E la Madaffari è stata scelta grazie alle sue doti intellettuali, mica per altro. Il Sud è lontano lontano, non riguarda la Padania, la terra del verde.
Per questo la maggior parte dei giornali on line, a quest'ora, tace. Che non si parli di omertà, per carità. E' un silenzio celebrativo della grande forza del Nord. E' meglio poi risparmiare il fiato per i romeni. Non sono forse dei criminali?

Eiaculazioni da leccarsi i baffi: con le ricette di "Natural Harvest" lo sperma conquista la cucina

E' un libro che ha fatto parlare molto di sé e, secondo Libération, starebbe per uscirne anche l'edizione italiana. Si tratta di "Natural Harvest - A Collection of Semen-Based Recipes" (Frutto naturale - Una collezione di ricette basate sul seme), raccolta di 25 ricette ideate da Paul Photenhauer, un infermiere gay di San Francisco.

Come specifica il sottotitolo, tutte le ricette, dal milk-shake a varie salsine, sono accomunate da un ingrediente: lo sperma. "Come il vino ed il formaggio, il suo gusto, che al primo impatto può sembrare spiacevole, acquista in bocca varie sfumature" spiega Photenhauer, secondo il quale il seme umano sarebbe perfetto soprattutto come condimento di piatti a base di frutti di mare e pesce.

Ohibò, quante facce schifate! Ampiamente previste dall'autore del ricettario, tanto è vero che il libro è dedicato proprio a voi. "Io ingoio e la trovo una cosa bellissima sul piano simbolico..." spiega Photenhauer, il quale, stufo di vedere persone disgustate dallo sperma, ha deciso di "aiutare la gente a superare la propria fobia": "Mi sono messo al lavoro al mio tavolo di cucina e ho cercato tutte le ricette che permettono di esaltare tutte le qualità dello sperma".

Che dire? Un libro perverso, disgustoso o divertente? Una lettura da consigliare ai depravati o ai buongustai? Scegliete voi. Ricordate in ogni caso che non è adatto ai nostri amici vegani...

E' però interessante notare il modo originale con cui Photenhauer affronta il tabù dell'ingoiare lo sperma. Si tratta di un tabù antico e comune a numerosissime culture - con poche eccezioni, come gli Etoro della Papua Nuova Guinea che utilizzano la fellatio e la successiva ingestione dello sperma come rito di iniziazione alla vita adulta maschile -, reso più forte dall'avvento dell'Aids.

Ma si sa, c'è qualcosa che non si ferma davanti a nessun tabù: è la pornografia commerciale. E infatti il porno si è impossessato senza problemi dell'argomento, riuscendo a sviluppare e sfruttare numerosi filoni tematici, ognuno indicato con un diverso nome (il bukkake, il gokkun, lo snowballing...). E la prospettiva grossolana e triviale della pornografia viene replicata in tutte le chiacchiere da bar...

Ma perché qualsiasi discorso che sia collegabile al sesso ed alla sessualità deve essere sempre considerato talmente importante da avvolgerlo nel silenzio, talmente sacro da cederlo in esclusiva alla pornografia commerciale? E allora ben venga un punto di vista nuovo, per quanto bizzarro possa essere. E poi può essere un incentivo per tutti quei maschietti che di cucina non ci capiscono una sega...



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Noci candite sborrate

1/2 coppa di zucchero
3 coppe di noci
3 cucchiai da cucina di burro fuso
1-2 cucchiai da cucina di seme fresco

Versare delicatamente le noci nel burro fuso in una teglia da forno e cuocere al forno a 180 gradi per parecchi minuti, fino a quando le noci diventano leggermente brunite. Mettere insieme lo zucchero e il seme e magari un altro po' di burro in una piccola ciotola prima di mischiare dentro le noci. Cuocere al forno per altri 5-8 minuti fino a quando lo zucchero indurisce.


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C'è un centurione e un clandestino... Le barzellette romane e gli immigrati irregolari

"Un uomo di Cuma eolica stava nuotando quando iniziò a piovere. Allora si tuffò verso il fondo, per evitare di bagnarsi" racconta una delle 265 battute contenute nel Philogelos, la più antica raccolta di barzellette- risale a 1700 anni fa ed è romana, sebbene scritta in greco - finora ritrovata [La Stampa].

Assomiglia ad una barzelletta dei giorni nostri. Allora, vediamo se me la ricordo tutta. Un uomo di Cittadella aveva paura che i clandestini portassero le malattie. Allora decise di ostacolare l'uso delle strutture mediche da parte dei clandestini, per evitare che portassero malattie.

Insomma, ridiamo come i Romani e anneghiamo come i Cumani.



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Essere rom nelle chat room italiane: silenzi, stereotipi, proposte di sesso e tanti gay curiosi...

No, con loro nessun problema. Circondati da tante finte donne, dai nomi stereotipati e dall'improbabile - sebbene non impossibile - voglia di cazzo, i maschietti delle chat appena capiscono che dall'altra parte c'è una donna vera perdono la testa. E prendono d'assalto "ragazzaRom".

E' questo il nick con il quale entro in alcune chat room, cercando di capire quale possa essere la reazione degli italiani di fronte ad una persona rom in questo particolarissimo mondo virtuale. E "ragazzaRom" fa faville.

Razzismo? Nessun insulto e tantissime proposte, tutte sessuali - sia nelle chat erotiche che in quelle generaliste. A pensarci bene, però, non so se, senza quell'indicazione, il comportamento dei miei interlocutori sarebbe stato lo stesso. Ecco infatti una conversazione tipo:

"Da?"
"Ciao, Milano, tu?"
"Anni?"
"25. Tu?"
"Quanto sei alta?"
"1,70. Ma quanti anni hai?"
"Fai pompe?"
"Per evitare malintesi dopo, volevo precisare subito che sono rom"
"Sì, bene. Fai pompe?"

C'è anche chi parte subito con "Lo succhi?". E c'è anche chi è gentile, chiede il nome, cosa cerchi, cosa fai nella vita... Come mai? La risposta è semplice, come dimostra questo spezzone da un dialogo con un ragazzo pugliese:

"Ma se sei di Milano, perché scrivi Roma?"
"Non Roma, rom"
"Che vuoi dire con rom?"
"Di etnia rom"
"Non ho capito"
"Quelli che alcuni chiamano zingari..."
"Ah ecco scusa"

Chissà perché quelli che interpretano "rom" come "di Roma" sono molto loquaci e carini, ma, capito l'equivoco, non aggiungono più una sillaba. Problemi di connessione Internet?

Negli stessi giorni, in altre chat, fa la sua apparizione "ragazzoRom". Scrive un saluto nella stanza pubblica ("Ciao, sono Luca, un ragazzo rom di Milano. Qualcuno ha voglia di fare amicizia?"), ma nessuno lo contatta. Passa mezz'ora e nulla. D'accordo, i ragazzi saranno meno gettonati, ma non pensavo così tanto! E allora provo a contattare io qualcuno. Sorpresa: mi hanno bloccato quasi tutti. Ed i pochi distratti, quando apro la chat privata, non rispondono mai al mio "ciao".

La situazione si ripete più volte, in diverse chat room, senza variazioni. "RagazzoRom", per alcuni giorni, passa qualche ora nel silenzio altrui. Parlerà con lui solo un 43enne di Messina, molto simpatico e loquace. Problemi col fatto che sono rom? "Ho voglia di chiacchierare, tu pure, che problema ci può essere?".

Stufo di perdere tempo, "ragazzoRom" diventa omosessuale ed entra nelle chat room gay. La situazione cambia molto. Le persone mi contattano, soprattutto nelle stanze dell'Italia centro-meridionale, ma anche in quelle delle regioni settentrionali.

Molti pensano subito che sono un escort, mi chiedono quanto voglio. Rispondo che non mi prostituisco, che mi va bene fare sesso, ma lo faccio solo per piacere. Qualcuno non ci crede, sembra troppo strano che un rom possa essere omosessuale ("Esistono [i gay] anche da voi?"...). Un milanese chiede senza mezzi termini: "Non è che poi mi rubi il portafoglio?".

Quasi tutti partono dal presupposto che non sono italiano: "Sei rom, che vuol dire? Rumeno?"; "Sei in Italia da molto?"; "Vedo che parli bene l'italiano: da quanto sei in Italia?"... Accettare la mia "italianità" è molto difficile:

"Originario di?"
"Abruzzi"
"E prima?"
"Prima di cosa?"
"Di che paese sei?"
"Sono italiano"
"Ma dove sei nato?"
"A Pescara"
"E i tuoi di che paese sono?"
"Italiani"
"Ma non siete rom?"
"Sì, e allora? Ci sono comunità rom in Italia dal Quattrocento..."

Gli stereotipi sono tanti, le domande altrettante ("Ma vivi in un campo o hai una casa?", ad esempio), poste spesso con cautela, per non offendere ("Posso fare una domanda? Ma se non ti va non rispondere"; "Scusa l'ignoranza, ma..."...). La cosa che desta più stupore è il fatto che uso un computer: "Sei rom ma hai un computer??"; "Per essere in rete devi essere un rom di cultura"...

Al di là degli stereotipi, comunque, c'è voglia di conoscere, di dialogare ("Mi fa piacere conoscere gente nuova"). Il sesso, proposto in modo rozzo e aggressivo dagli uomini eterosessuali, diventa nelle chat gay un mezzo di incontro, di scambio. E nelle fantasie erotiche il mio essere rom può diventare un vantaggio, come mostra questo brano di conversazione con una coppia romana:

"Anni?"
"26. Voi?"
"53 e 45. No problem?"
"No... Io sono rom, no problem?"
"No, anzi, mi piace. Amo molto i romeni e i rom, mi piacciono fisicamente"

Certo non è tutto rose e fiori. Non bisogna dimenticare l'esistenza di omosessuali fieri di essere razzisti (vedi l'Eugenio di tycooko) e persino di gay nazisti...

E infatti anche nelle chat room gay qualcuno ammutolisce quando scopre che "rom" non sta per "Roma" ma per "zingaro" (con questo termine capiscono subito). E qualcuno fa di peggio, come un 22enne romano che apre la conversazione solo per dirmi: "Zingaro". Poi chiude e mi blocca. Mi rivolgo al moderatore della stanza, che mi chiede bruscamente cos'abbia da lamentarmi, spiegandomi che, visto quello che facciamo, farei meglio a non dire che sono rom. Perché, cosa facciamo? E non sono proprio i gay ad insegnare l'importanza della visibilità e del coming out? La sua unica risposta è quella di bannarmi (cacciarmi dalla chat room)...



p.s.: Per problemi di regolamenti di chat room non è stato possibile effettuare lo stesso lavoro in siti Internet lesbici.

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I picchiatori li armiamo noi? Pordenone e Roma: aggrediti un gay disabile e due albanesi

Mostrare la forza muscolare, i denti, le unghie per dimostrare la propria superiorità. L'uso della violenza è ovvio, essenziale, inevitabile come strumento di confronto e di scontro per moltissime specie animali. Lì dove vige la "legge della giungla" è giusto che si riconosca la superiorità di chi meglio interpreta quella legge.

Altre specie, come l'homo sapiens sapiens, hanno invece dimostrato come la loro mente sia dotata di un potere creatore e distruttore incomparabilmente superiore al loro corpo. Per queste specie, per dimostrare superiorità l'uso della forza diventa semplicemente obsoleto (anche nelle discipline sportive, in cui pure assume spesso un ruolo centrale la forza fisica, quest'ultima è strettamente regolata da una serie di norme che rendono gli sport attività tanto fisiche quanto mentali).

Ciononostante, gli esseri umani hanno sviluppato anche codici di onore che giustificano il ricorso alla violenza fisica e che, in alcuni casi, lo richiedono. Nessun codice d'onore, comunque, è capace di giustificare uno scontro tre contro uno, né, tanto meno, l'assalto di trenta individui contro due, soprattutto se i trenta sono armati e i due indifesi...

Caso diverso dai codici di onore sono quelle forme di regolazione sociale in cui nello scontro non si vuole dimostrare la propria superiorità o il proprio onore, ma in cui, invece, persone dotate di un mandato collettivo sono semplicemente chiamate a difendere la collettività dai suoi nemici. Nessuno si scandalizza se, contro uno scippatore, si mobilitano in tre poliziotti e nessuno definirebbe codardi i trenta carabinieri che circondano due boss mafiosi...

E allora come interpretare i due fatti di cronaca di oggi? Come interpretare l'agguato dei tre uomini di Pordenone ai danni di un gay disabile (per "dare una lezione ai froci") [la Repubblica]? E come interpretare la denuncia (ancora tutta da verificare, ma che ricalca fatti già accertati) di due albanesi che sarebbero stati aggrediti da trenta italiani armati di mazze, bastoni e pistole che vagavano a caccia di rumeni [la Repubblica]?

Come vogliamo interpretare questi uomini violenti? Come degli smidollati, dei "senza palle", applicando schemi di giudizio propri dei codici di onore violenti e liquidando quanto avvenuto come semplici fattacci? O vogliamo andare più a fondo, capendo che questi picchiatori ritengono di possedere un mandato collettivo e di stare agendo in nome e per conto di (quasi) tutti noi?

E allora è compito di ciascuno di noi fare di tutto per togliere loro quel mandato che si vedono ogni giorno riconfermato dalla politica, dalla Chiesa, dai mezzi di informazione e dai nostri silenzi omertosi.



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Traffici di droga e guerre che spuntano


E' ormai passato un secolo da quando il fenomeno droga è apparso prepotentemente sulla scena mondiale. Un secolo di lotte continue, fra parole e fatti, centri di disintossicazione, campi bruciati, guerre tra clan, politiche buone e altre, più spesso, meno. A distanza di tanti anni si tracciano le somme dei risultati i quali, tristemente, appaiono poco confortanti. Il consumo medio di droghe è aumentato vistosamente, sia in Europa che negli Stati Uniti, il paese che risulta ancora essere il maggior acquirente di sostanze stupefacenti. Gli studi e i rapporti dell'Unodc (United Nations Office on drugs and crime) e quelli delle singole associazioni dimostrano come sia cambiato il trend dei consumi. Una richiesta abbondante di cocaina e droghe sintetiche, mentre la richiesta di oppiacei, in primis eroina, rimane stabile, a fronte, tuttavia, di una maggiore produzione.

Si parla di cifre che fanno gelare il sangue. Sedici milioni di consumatori circa di consumatori di cocaina (0,37% della popolazione mondiale), dodici milioni di dipendenti dall'eroina (0,3%), nove milioni di richieste di anfetamine (0,21%), senza contare la produzione e l'uso di droghe fatte in casa, a fronte di una domanda che comunque cresce in maniera esponenziale, richiamando l'attenzione di trafficanti e criminali, i quali ricavano fondi per circa 320 miliardi di dollari l'anno a livello mondiale. Un mercato nascosto nell'ombra che tuttavia si impone anche alla luce del sole, gestendo politiche o economie. Riciclaggio di denaro o assassinii, come nel caso del Capo di Stato Maggiore Na Waie e il Presidente Vieira della Guinea Bissau, il paese chiave dello smercio e della diffusione di droga in Africa.

La domanda crea un'offerta, sulla quale i cartelli illegali di spaccio alimentano un giro d'affari che coinvolge l'economia e la vita di tutti i giorni. Poiché questa montagna di soldi da qualche parte deve finire e, soprattutto, ne deve uscire pulita.

Ovvio che un ciclo così promettente di denaro coinvolga interessi più o meno diversificati, alimentando una concorrenza che, proprio perchè fuori da ogni regola, non fa scrupolo di utilizzare metodi violenti. E' il caso del Messico, punto di passaggio del trasporto di cocaina tra la Colombia e gli Usa, dove una vera e propria guerra civile sta facendo mattanza su più fronti. Da un lato, clan rivali che tentano di accaparrarsi più quote; dall'altra il governo che tenta in ogni modo di arginare il fenomeno criminale e, come sempre, in mezzo civili che si ritrovano a dover fare i conti con la propria disoccupazione e il loro sostentamento. Una guerra che ha portato all'assassinio di oltre cinquemila persone lo scorso anno. Una guerra che si alimenterà ancora grazie alla domanda infinita di stupefacenti negli Stati Uniti.

Cosa rimane allora della dipendenza? I morti che non si contano più. Un'economia che si autoalimenta grazie a insicurezze e a mancanze di vere politiche di prevenzione. C'è sempre spazio per capire come mai una persona si inizia al consumo di droga. Le motivazioni sono tante: dall'emulazione a disagi; trasgressione e altre faccende. Le solite. Cosa rimane veramente da fare a distanza di anni passati a contare i morti?
Una provocazione lanciata dal Brookings Institution, valutata da economisti, è quella di liberalizzare il mercato di certe droghe. Se la domanda non cesserà mai, un'alternativa è quella di non porre vincoli legali allo smercio. In questo modo, si suppone, il traffico illecito collasserebbe.
Ma qui può nascere un'altra riflessione, ossia quanto conviene, a livello economico, ad un governo limitare lo smercio di droghe, troncando gran parte dei fondi della criminalità organizzata e, di conseguenza, perdendo determinati appoggi?
Ovviamente, si spera sempre che si viva nel mondo dei più giusti. Dove business è una parolaccia. Dove la cultura prevale. Dove il legale è la regola. Senza che ci siano morti.

Link per approfondire:

http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/835 (Presente un articolo che critica il Rapporto Unodc a fronte di dati sbagliati, per coprire un intervento sbagliato, il Plan Colombia, organizzato da Onu e Usa)

Analisi del DNA, etnie e nazionalità: ecco quello che la scienza ci può dire davvero...

In riferimento a tragici fatti di cronaca, alcune fonti di stampa, anche autorevoli, nei giorni scorsi hanno scritto che attraverso la sola analisi di campioni di DNA è stato possibile risalire alla nazionalità e/o all'etnia di una persona ricercata. La notizia è stata fortemente criticata, dal momento che, si è detto, il DNA non ci permetterebbe di risalire né alla nazionalità né all'etnia di una persona.

Ma, indipendentemente dai casi di cronaca, cosa è veramente possibile scoprire dall'analisi del DNA? Per evitare di tirare la scienza per la giacchetta e farle dire quel che vogliamo noi, abbiamo chiesto delucidazioni a
Luca Trotta, che lavora nell'ambito della genetica molecolare.



* * *

L'acido desossiribonucleico (DNA) è un acido nucleico contenente le informazioni genetiche necessarie alla biosintesi di RNA e proteine, molecole indispensabili per lo sviluppo ed il corretto funzionamento della maggior parte degli organismi viventi.

Il DNA è sottoposto nel corso del tempo a mutazioni (intese come variazioni della sua sequenza nucleotidica (1) ) che vengono ereditate, rendendo possibile lo studio dell'evoluzione degli organismi e della loro filogenesi (2).

Sulla base delle differenze in termini di sequenza c'è la possibilità di distinguere molecole di DNA appartenenti a persone diverse (principio su cui si basano le analisi forensi, ad esempio i test di paternità o l'analisi dei reperti biologici ritrovati sulla scena di un crimine) e, utilizzando specifiche tecniche, di ricostruire alberi filogenetici (3) in grado di descrivere l'evoluzione di diverse specie anche molto diverse tra loro.

Comparando le sequenze di DNA all'interno di una stessa specie, inoltre, è possibile studiare la storia genetica di particolari popolazioni, ad esempio è stato possibile delineare i percorsi di migrazione dell'uomo pressapoco dal momento della sua comparsa. E' pertanto possibile a partire dall'analisi del DNA risalire quanto meno all'etnia (4) di provenienza del soggetto in questione (ovviamente se disponibili idonei dati genetici per effettuare il confronto).

Verosimilmente in alcuni casi può essere possibile determinare anche la nazionalità (5), anche se va tenuto conto del fatto che il concetto di nazionalità è molto ampio, per cui nell'ambito di una stessa popolazione nazionale vi può essere un'enorme variabilità anche genetica. Prendiamo come esempio la popolazione italiana: si passa dalle popolazioni del nord confinanti con Svizzera o sud Tirolo o Slovenia a quelle del sud che nel corso dei secoli hanno subito la commistione di popoli differenti (dagli arabi ai normanni, eccetera...).

Tuttavia, qualsiasi differenza tra individui non è una differenza tale da giustificare l'idea che esistano poi effettive differenze tra uomini di etnie diverse. Apparteniamo chiaramente tutti alla stessa specie, e le differenze tra individui sono relative solo allo 0,1% della sequenza nucleotidica, per cui siamo tutti uguali per circa il 99,9% del nostro DNA.

Luca Trotta

(1) "Il DNA è un polimero organico costituito da monomeri chiamati nucleotidi. La disposizione in sequenza dei nucleotidi costituisce l'informazione genetica, leggibile attraverso il codice genetico, che ne permette la traduzione in amminoacidi".
(2) "
La filogenesi è un processo evolutivo degli organismi vegetali e animali dalla loro comparsa sulla Terra a oggi" [Rita Levi Montalcini, La Galassia Mente, Baldini & Castoldi, Milano, 2001].
(3) "
Un albero filogenetico è un diagramma che mostra le relazioni di discendenza comune di gruppi tassonomici di organismi" [Wikipedia].
(4) "
Un gruppo etnico o etnia è una popolazione di esseri umani i cui membri si identificano in un comune ramo genealogico o in una stessa stirpe e differenziandosi dagli altri come un gruppo distinto. Gli individui hanno spesso in comune cultura, lingua, religione o anche caratteristiche fisiche dovute all'adattamento al territorio in cui il gruppo vive. Il termine si distingue da razza che si riferisce ad una classificazione dell'uomo in base a tratti fisici e genetici tipici di un gruppo etnico" [Wikipedia].
(5)
Nazionalità significa "Appartenenza a una nazione; cittadinanza"; oppure "Qualità e condizione di ciò che è nazionale" [Dizionario italiano]; ove nazione significa "Insieme di genti legate da comunanza di tradizioni storiche, lingua, costumi, ed aventi coscienza di tali comuni vincoli" [Dizionario italiano].

* * *

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Invito alla lettura: Sieropositiva e La piccola bottega degli orrori

"Amo raccontare di me... Questo blog 'sieropositiva' è una raccolta del virus. Un collage di pensieri, parole, informazioni, campagne, idee, più che di fatti. Che non sempre riesci a starci dietro e a capirli fino in fondo. Ognuno affronta la sieropositività come sa e come può. [...] Appena risulti sieropositivo, ti viene una gran voglia di sapere tutto e subito... ecco io ce la sto mettendo tutta. Sto raccogliendo più informazioni possibili".

Sieropositiva. Un nome che può fare paura e che lei, una ragazza di 39 anni, ha scelto come titolo del suo blog. Sieropositiva è un'esplosione di parole, parole piccole e fitte, parole che ti piovono addosso da ogni angolo, che ti esplodono addosso con una carica incredibile di vitalità e ti stordiscono e ti esaltano e ti fanno girare la testa. Sieropositiva è un'emozione continua che troverete nel nostro blogroll.

E nel blogroll troverete anche La piccola bottega degli orrori. Ecco, se la vita vi sembra troppo allegra, se oggi vi sentite proprio di buon umore, eccovi un "viaggio nelle bassezze umane". Uhm, non vi ho convinti? Questo blog è scritto da la Volpe, nome noto ai lettori di TrashaBile, una delle rubriche più riuscite di ScaricaBile. Ecco, lo sapevo, ora vi ho convinti!

La fine dell'erotismo: la festa della donna al Misex, la fiera dell'erotismo senza sensualità

Vedere dal vivo una pornostar fa sempre un certo effetto. Per certi versi appare più possente di quanto possa immaginarsi. Non solo a livello di fisico, ma negli occhi traspare un certo respiro di veemenza difficile da descrivere. A volte sono occhi stanchi, come racconta Chanel, la quale, in un breve attimo di verità, si lascia andare a commenti onesti dopo una domanda spontanea. "Ti dirò, mi sto annoiando a morte". Come darle torto, verrebbe da dirle mentre appoggia i suoi occhi a terra e, sospirando, si trascina stancamente a farsi fotografare o a firmare autografi. Poi rigira lo sguardo, ammicca sorrisi a destra e manca. I suoi piedi nemmeno li reggono più i tacchi da 12 cm che si porta dietro, mi dice, dalle cinque del pomeriggio. Confessa che è stanca ma se ne deve andare. La sua capigliatura bionda ossigenata evapora e la sua figura si allontana dietro altri stand.

Il resto del salone del Misex 2009 non nasconde altre sorprese, anzi. Rigirato in cinque minuti, respirando abbozzi di sudore e testosterone evocato, gente se ne incontra parecchia. Gente strana, persone che sempre dagli occhi si legge un certo grado di presunta superiorità maniacale. Certi gradi di trofismi e disimpegno esistenziale. Le mani che si rigirano su lembi di pelle nuda senza nemmeno avere il coraggio di vedere negli occhi la ragazza. Ed è questo che osservo cercando di scovare qualcosa che, forse, già si sapeva in partenza di non trovare: la voglia vera di erotismo. Diventa triste il contorno: una fiera dell'erotismo senza sensualità diventa solo una buffonata, qualcosa da nemmeno riderci sopra o da provare a riflettere.

Un annuncio agli altoparlanti. Una voce gracchiante avverte un ragazzo di cercare assolutamente la sua fidanzata, vista allontanarsi dalle sue amiche con tipi poco raccomandabli. "Sembra una cosa seria", conclude la ragazza speaker nell'indifferenza generalizzata, mentre un vecchio, arruffianatosi un lembo di spettatori, si cimenta in balli hip hop con una spogliarellista che trattiene a forza una risata. Una risata vi seppellirà, verrebbe da dire.

Oltre, lap dancer intrattengono un gruppo di ragazzotti arrapati che, volenterosi di emulare qualche film scadente, tentano di infilare banconote finte nei perizoma neri delle ragazze. Loro sorridono. Puntando le scarpe su quei visi a bocca aperta e li allontanano con foga. Risate generali.

"Domani è la festa della donna", mi dice una ragazza mentre le chiedo come sta. "Pensa, volevo partire ma non avevo soldi. Mi hanno offerto il lavoro per questo weekend e ho accettato. Adesso sono disoccupata", e sorride amareggiata, poi rientra nella sua professione. Si aggiusta la minigonna di stoffa lucida in modo da far vedere bene dietro e se ne va, dicendomi di andare a vedere lo stand dell'intimo. Ossia, quattro cose messe li a caso senza passione. Il gestore sorride compiaciuto, da qualche ordine a una volantinatrice che si sta riposando, poi si mette a parlare con una coppia. "Volete qualcosa di eccitante, quindi?", e mostra loro un completo intimo di pizzo, con un buco pronto all'uso negli slip.

Di facce come quelle della ragazza di prima se ne vedono molte. Visi da crisi economica. Non sanno nemmeno perchè sono li, a seni nudi, a farsi fotografare come allo zoo. Come se nessuno avesse mai amato il sesso. Nessun erotismo per davvero. Accanto passano vecchi glorie del porno che fu. Molte sono diventate inutilmente calamite di silicone. Una donna, totalmente nuda e ricoperta di vernice, esce da uno stand, si infila un coprispalle di seta marrone e, schioccando le labbra, si mette a camminare dietro una guardia che la scorta chissà dove.

Nessuno fa accenni alla festa. Chissà chi immagina cosa avrebbe potuto essere il mondo senza il femminile. Con tutte le sue diramazioni, dalla vita vera al mondo sociale, alla politica, al sesso. Eppure, in questo luogo, mentre cerco di vedere qualche sorriso, tutti sembrano esserselo dimenticati. Nemmeno negli occhi guardano mentre toccano il culo.

"Cut your mind". E' il motto di un pittore, Aurelio Colucci. Lo conosco poco prima di andare via. Sulle tracce di Yves Klein dipinge le tele con corpi femminili. Pennelli umani che scivolano. Non c'è contatto con la mente. "E' il mio modo di vedere l'arte. Cut your mind. Lascia libero tutto". Qui non c'è libertà, dico. "No, per nulla. Molti sono qui sperando di trovare qualcosa, di liberarsi delle proprie frustrazioni e se ne vanno che sono conciati peggio di prima. Questo luogo può essere pericoloso se non lo sai prendere". Lancia una critica all'altro pittore, quello che qualche stand più in là si diverte solo a dipingere corpi senza metterci passione. Arriva la sua ragazza. Si baciano. Lei lo costringe ad andare dietro. "Cinque minuti e finiamo". Lo lascio. Mi incammino verso l'uscita. In un angolo, seduta, c'è Chanel.

A piedi nudi.



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