Io non sono in guerra: condividere il dolore, non condividere l'odio. Per costruire la pace

No, io non sono in guerra. Ho questo privilegio.

A casa mia ci sono gli infissi da riparare e un sacco di spifferi, ma il tetto è solido e non è stato bombardato. Mio padre va più volte alla settimana in un ospedale che ha la luce elettrica 24 ore su 24 e nel cui pronto soccorso si affollano gli influenzati, non i bambini con le gambe amputate dalle bombe. E quando chiamiamo un'ambulanza, arriva dopo 5 minuti e non rischia di esplodere perché sospettata di coprire spostamenti di armi. Per andare in università perdo ore per colpa dei soliti ritardi delle FS, non per posti di blocco davanti ai quali perdi la giornata.

No, io non sono in guerra. Ho questo privilegio. Il che non significa che della guerra me ne frego. Significa solo che posso guardare alla guerra con il vantaggio di vederla da fuori e che magari posso fare (o illudermi di fare) qualcosa per la pace. Significa semplicemente che posso non odiare per sopravvivere, che posso non schierarmi. Che posso non fare la guerra.

Lo riconosco: è un privilegio. Se mio figlio fosse morto schiacciato da un carro armato mentre andava al lavoro, esploso mentre faceva la fila per la discoteca, sbriciolato da bombardamenti a tappeto... probabilmente (molto probabilmente) non potrei pensarla così. E invece posso. Me lo posso permettere. E' un privilegio, sì, ma un privilegio che posso sfruttare anche a favore di altri.

Anche le persone attorno a me condividono gran parte della mia condizione di vita. Lavorano, studiano, scopano, leggono, giocano, scrivono, litigano, pregano, mangiano... Fanno queste cose meglio o peggio di me, con più ostacoli o con più facilità di me. Però di fronte al tema "guerra" hanno atteggiamenti spesso molto diversi.

La maggioranza se ne frega. Fa la sua vita senza pensarci. Sì, magari un pensierino durante il tiggì. Magari una preghierina durante la messa, tanto ci pensa il Signore.

La minoranza si schiera. Entra in guerra. Accanto agli uni o agli altri. Contro gli uni o contro gli altri. Non si usano le bombe, qui da noi, per fortuna; ma c'è sempre molta merda da gettarsi addosso.

Vai a dire a dei filo-israeliani che il governo israeliano sbaglia, che sta compiendo una strage orrenda e criminale, che ogni senso della proporzione e dell'umanità è andato a puttane... La maggior parte di loro imprimerà sulla tua pelle il marchio infamante dell'anti-semitismo e del filo-terrorismo. Tu, Hamas, i musulmani, i palestinesi, i terroristi, la comunità islamica di Milano, gli arabi, Bin Laden... nelle loro parole spesso tutto si confonde, tutto si fonde per rappresentare una cosa sola: il Male.

La guerra del filo-israeliano è una guerra in grande stile, tecnologica, potente. Lì gli aerei e le bombe al fosforo, qui i tiggì e l'intero Parlamento.

La guerra del filo-palestinese è invece più povera, più fai-da-te, più sotterranea, con i suoi razzi e le sue pietre, coi suoi blog e le sue manifestazioni. Il che non significa che sia più buona.

Perché vallo a dire a dei filo-palestinesi che hanno ragione ad accusare il governo israeliano di compiere una strage orrenda e criminale, ma che neppure ad Hamas dispiace la guerra (anzi!) e che comunque facciano attenzione a distinguere governi, popoli, etnie e religioni. Perché anche nelle parole di molti filo-palestinesi spesso tutto si confonde e si fonde: il governo israeliano, gli ebrei, gli israeliani, i fascisti, la comunità ebraica di Roma, Avigdor Lieberman che vuole sganciare l'atomica su Gaza...

Cercare di mantenere la lucidità di chi osserva da fuori non è visto bene. Passi per un Ponzio Pilato che se ne lava le mani o per un cuore di ghiaccio che non prova sentimenti davanti alle foto dei corpi straziati. E invece no, io rivendico lo sguardo lucido di chi soffre ma non è in guerra, di chi condivide il dolore ma non si fa assoldare né dagli uni né dagli altri. E con questo sguardo posso giudicare le responsabilità (responsabilità diverse - come testimonia la sproporzione nel conto delle vittime - ma condivise) senza accrescere l'odio, l'aggressività, la violenza, il razzismo.

"Si vis pacem, para bellum" (Se vuoi la pace, prepara la guerra) si dice spesso. Ma si può volere la pace e credere che per ottenerla sia meglio preparare la pace. E pazienza se si passa per sfigati o smidollati...

Little Prince(ss)

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10 commenti:

  1. però gli israeliani hanno alle loro spalle gli usa, i palestinesi sono soli. noi cerchiamo solo di equilibrare la bilancia

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  2. @ Priscilla:
    La bilancia di cosa? Dell'odio, dei rapporti di forza? La bilancia della guerra? I piatti si riallineano e la bilancia si rafforza...

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  3. Credo che tu abbia centrato un aspetto di tutta la questione che non deve essere analizzata solo da un punto di vista... perché anche i bambini israeliani esplosi insieme ad un kamikaze mentre andavano a scuola meritano la stessa pietà. Schierarsi per la pace non per la sconfitta di questo o quello... per due stati divisi (ormai è impossibile uno stato solo...) magari con la stessa capitale Gerusalemme... ma quanta fatica!

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  4. ho letto la tua risposta e non so cosa controbattere, ci sto pensando. israele vuole violenza e la sta facendo, ma anche noi stiamo appoggiando i palestinesi nella violenza solo simbolica contro israele e forse alla fine alimentiamo il ciclo anche noi. Io ho scelto il mio piatto della bilancia ma hai ragione che è una bilancia di guerra, non posso dire di no, forse non lo volevo pensare, ma è così. Forse mi hai convertita, ti farò sapere

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  5. @ Priscilla:
    Non voglio convertire nessuno, ma solo proporre dei ragionamenti. E, visto che questa è una discussione e non una guerra, controbattere non è per forza necessario: non ci sono né vinti né vincitori.

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  6. bel Post: a me basta quanto denuncia il Parroco di Gaza
    Parroco di Gaza: in memoria di Cristine,morta di paura, di stenti di freddo“Cristine è una vittima ‘indiretta’ dei bombardamenti israeliani di quest’ultima settimana… è morta di paura, di stenti e di freddo; e come lei ci sono migliaia di minori, di bambini e adolescenti, che non resistono al continuo martellamento dei bombardamenti, ai boati tremendi che il resto del mondo si ostina a non sentire o a definire incidenti collaterali”: padre Manuel Musallam, parroco della Sacra Famiglia, unica chiesa cattolica della Striscia, parla alla MISNA di Cristine al-Turk, una ragazza di 16 anni morta ieri nella sua casa della città di Gaza nel quartiere di Rimal non perché colpita da un ordigno israeliano o da un crollo ma di stenti, di freddo, dopo giorni e giorni di terrore. Nella Striscia, per divieto di Israele, non sono ufficialmente presenti operatori dell’informazione stranieri e padre Musallam è diventato, non solo per la MISNA, un punto di riferimento anche per notizie sulle condizioni dei circa 3000 cristiani presenti a Gaza. Le sue descrizioni, testimonianze senza fronzoli, chiare e inconfutabili, raccontano anche le storie dei ‘piccoli’, degli innocenti, della gente di solito anonima e ignorata come Cristine, quello che le grandi cronache di guerra e i freddi bilanci non fanno sapere. “Da giorni - continua - stanno colpendo Gaza dal mare con le loro navi da guerra, dall’alto con aerei ed elicotteri, da terra con carri armati e cannoni; vengono colpite case di civili con dentro persone”. Gli abitanti di Gaza uccisi in una settimana, dopo le 750 incursioni aeree ammesse da Israele, sono, secondo fonti mediche locali, 436, almeno un quarto civili dice l’Onu, inclusi 75 bambini e 21 donne. Cristine frequentava la scuola diretta da padre Musallam ed era una cristiana della piccola comunità greco-ortodossa. “Avrebbe potuto anche essere musulmana - continua padre Musallam - ma che importanza ha? Nelle stesse ore Iyad, Mohammed e Abdelsattar al-Astal – tre fratellini di età compresa tra i 7 e i 10 anni - sono stati uccisi da un missile vicino alla loro abitazione ad al-Qarara. I missili qui non guardano in faccia, non bussano a nessuna porta. Uccidono”. E’ stanco, ma non vuole fermarsi padre Musallam, racconta di come la gente abbia saputo di proteste e manifestazioni a loro favore in diverse città e paesi del mondo, racconta della rabbia di dover sentire solo una verità. “Riusciamo a vedere i vostri telegiornali – continua – e restiamo costernati per le bugie che sentiamo. Quanto vale la vita di un palestinese? Perché un razzo artigianale lanciato dalla resistenza palestinese - ordigni che dal 2002 ad oggi avranno causato al massimo una decina di vittime - fa più notizia di 432 persone morte in una settimana? Israele dice che teme le minacce palestinesi e intanto ci butta in mare; dice che teme i razzi e intanto ci bombarda; dice che siamo terroristi e intanto uccide indiscriminatamente…: la verità è il primo pilastro della pace; la verità è che fino al 1948 Israele non esisteva, la Palestina tutta non era un deserto ma era abitata dai palestinesi; la verità è che prima ci hanno cacciato e adesso tentano di cancellare quel che resta di un popolo mentre il resto del mondo gira gli occhi dall’altra parte. La verità è il solo strumento che abbiamo per riaprire il processo di pace; perché noi ancora ci crediamo”. Anche in memoria di Cristine che “aveva un sogno - ricorda padre Musallam - poter uscire da questa prigione dove è nata e viaggiare, vedere con i suoi occhi i posti di cui parlavamo in classe, vedere Gerusalemme, i luoghi dell’altra Palestina, la Cisgiordania, visitare i monumenti e le città che poteva vedere solo sui libri in foto; questo era il suo sogno, ma anche quello di migliaia di bambini che qui sono nati e morti”. (A cura di Gianfranco Belgrano)

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  7. @ Arial:
    Ti ringrazio molto per il tuo commento. E credo che sia anche per quei bambini che dobbiamo riflettere ed agire.

    Mi sembra che da più parti si tenda a enfatizzare risposte isteriche e cariche d'odio verso gli uni quasi che fossero le migliori testimonianze di amore e vicinanza verso gli altri; sono risposte che non portano a niente, se non a scaricarsi i nervi.

    Non mi piace l'odio e l'isterismo che ritrovo in molti blog e in molti commenti, come non mi piace l'odio e l'isterismo dei vertici politici di Hamas e del governo israeliano; comprendo decisamente di più l'odio e l'isterismo delle popolazioni innocenti che si vedono bombardare addosso.

    Ma se lucidità, voglia di dialogo e autocontrollo sono utopie per loro, essi sono doveri per noi privilegiati e sono gli strumenti con cui possiamo aiutare (ognuno nel suo piccolo o nel suo grande) a migliorare la situazione. Anche se schierarsi sbraitando con il Bene contro il Male ci carica di adrenalina e ci fa sentire così buoni ed impegnati...

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  8. mi è piaciuto il tuo ragionamento. anche io nel mio piccolo, qui a gerusalemme, abitando in un quartiere arabo ma frequentando anche gli israeliani, cerco di fare come dici tu: "condividere il dolore, non l'odio". grazie!

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  9. @ Paperoga:
    Sembra paradossale, ma questa posizione del "io non sono in guerra" sta piacendo soprattutto a chi la guerra l'ha vista e la vede da vicino. Forse perché si rende conto che quella proposta non è la via dei vigliacchi, degli smidollati o degli indifferenti, ma di chi preferisce ottenere risultati concreti piuttosto che scaricare la propria aggressività repressa.

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  10. obama4president19 gennaio 2009 11:00

    scrivi cose che sembrano utopistiche ma... yes we can!

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Il grande colibrì