Visualizzazione post con etichetta ___guerra___. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ___guerra___. Mostra tutti i post

Leccare il culo sì, baciare le mani no: la posizione autoassolutoria della sinistra verso Gheddafi

Ma un baciamano è davvero la fine del mondo? Sembra che nella politica estera berlusconiana nei confronti della Libia sia stato questo gesto ("da guascone", dice il premier) il vero elemento imperdonabile. Il resto? Dettagli, in fondo. Per questo gesto sarebbe giusto martellare sulla vergogna del voltafaccia riservato da Silvio al "caro amico Muammar" e sulla disumanità di una Lega che rimane fedele all'antico alleato solo per non ritrovarsi sulle strade qualche "negher" in più. Il resto? Dettagli, in fondo.

Il "dettaglio" su cui più si sorvola è il fatto che la presunta "politica estera berlusconiana" (chiamata anche "diplomazia degli affari") nei confronti della Libia abbia, temo, ben poco di berlusconiano. Si tratta piuttosto di una politica nazionale, promossa con entusiasmo e convinzione dalla gran parte delle forze politiche e industriali italiane, semplicemente declinata in chiave berlusconiana. Per dirla in parole povere: Berlusconi ha aggiunto il baciamano e qualche altra "guasconata", qualche barzelletta e qualche consiglio sul Bunga Bunga, ma il cuore della politica estera italiana verso la Libia è rimasto sostanzialmente inalterato.

Pioggia di oppressione, pioggia di libertà

Madre, ti ricordi le favole che mi raccontavi, quando stavi seduta sull'orlo del mio letto e mi portavi nei sentieri del sonno, non so se più con le tua voce dolce o con il tuo profumo? Ti ricordi di quelle favole anche ora, mentre spii il clamore di questa tempesta da uno spiraglio della finestra, mentre spii il mio sonno simulato dall'alto dei mille anni che ti sono piombati addosso in questa notte con troppa luce e troppo rumore?

Vorrei sentirle ancora, quelle favole, vorrei sentirle ancora, non con le orecchie, ma col cuore. Vorrei sentirle ancora, vorrei crederci ancora in mezzo a questi tuoni e a questi lampi. Vorrei dormire ancora, madre, di quel sonno vero e silenzioso e non fare finta di dormire, come fanno finta le bambole, che neppure di notte sanno chiudere gli occhi. Vorrei poterti chiamare, toccare, annusare, senza la paura di vedere questo terrore nei tuoi occhi.

Vignetta: il Mirraggio della Pace


"Non avevamo nessun tipo di diritto: non potevamo fare telefonate, chiamare i nostri avvocati. Sono anni che mi occupo di Palestina. A bordo non c'erano terroristi. Solo persone normali, disarmate armate solo del loro corpo" Angela Lano [Unità]

Leggi anche:
* Con le pinne, il fucile e gli spari: il Mediterraneo e le sue stragi di pacifisti e di migranti
* Vignetta: l'Arca Perduta
* Io non sono in guerra: condividere il dolore, non condividere l'odio. Per costruire la pace

Green Zone di Paul Greengrass

"E' sempre importante il motivo per cui si dichiara una guerra", dice alla fine del film l'ufficiale Roy Miller (Matt Damon), a capo di una delle molte squadre impegnate nella ricerca delle famigerate WMD (Weapons of Mass Destruction) di Saddam Hussein durante la guerra in Iraq. E' il 2003, la guerra è iniziata da un mese e di armi nucleari, chimiche o batteriologiche ancora non si è trovata traccia, nonostante le notizie dell'Intelligence (militare, non CIA). Per questo motivo, l'ufficiale inizia ad indagare meglio dietro a queste incongruenze, complice sia l'avvistamento del Generale Al Rawi sia dell'interessamento della CIA, pronta ad un accordo con lo stesso Al Rawi per impedire lo scioglimento dell'esercito iracheno, unico collante di un paese sull'orlo di una guerra civile.

La storia è nota: le WMD in Iraq non ci sono mai state. La motivazione alla guerra è venuta meno assieme alla credibilità dell'amministrazione Bush a livello mondiale. Un errore strategico le cui conseguenze sono ancora sotto gli occhi di tutti. L'Iraq è un paese distrutto, con morti e feriti senza distinzione di etnie. Manca un qualunque piano per la ricostruzione del paese assieme a una qualche possibilità di ripiegamento delle forze armate, cosa che alimenta tensioni terroristiche sia all'interno che all'esterno dei confini. L'economia mondiale ha avuto uno shock e una ridistribuzione del suo equilibrio geografico e, infine, non si sa per quanto ancora durerà tutto questo.

Nella compravendita del senso delle parole nulla è ovvio: firma l'appello di Emergency!

Si perde il Piemonte, si perde il Lazio, si perde la Campania e pure la Calabria. E poi si perde Mantova e una sfilza infinita di comuni. Però si vince a Matera, addirittura con il 50,3% dei voti. Ovviamente si festeggia: "Alla fine, nonostante tutto, abbiamo tenuto" si rallegra Pierluigi Bersani. "Il Pd ha dato segnali di ripresa" si inorgoglisce il partito [l'Unità]. Matera resiste, e con lei pure Macerata (altro clamoroso 50,3%), e pazienza se nel resto del paese trionfano Bossi e Berlusconi che, collezionando ville e vulcani artificiali, è ovviamente il presidente operaio.

Si tagliano le risorse ai Comuni, si centralizzano le decisioni, si annullano i poteri reali esercitabili autonomamente dagli enti locali, si usano i soldi di Roma per pagare le campagne elettorali regionali a Bassano del Grappa, si progettano ad Arcore le centrali atomiche in Piemonte senza consultare le Regioni. Ovviamente tutto grazie ai paladini del federalismo!

C'era una volta in Iraq: l'Abu Ghraib inglese e i bambini malformati dai cristiani brava gente...

Hussain, 35 anni, mentre pregava era costretto a vedere i soldati che scopavano tra loro. Innocente o colpevole? Yanar, appena nata, ha già parecchi tumori. Innocente o colpevole? Khaula, 14 anni, è stata stuprata dai soldati che hanno fatto irruzione in casa sua. Innocente o colpevole? Amour, appena nato, ha un sistema nervoso da buttar via. Innocente o colpevole?

"Letters to the president" di Petr Lom: l'Iran affamato e i milioni di lettere ad Ahmadinejad

Dove non esiste il SuperEnalotto i sogni ad occhi aperti cercano altre strade per esaudirsi. E in fondo non cambia molto tra giocare sei numeri su una cartella della ricevitoria e scrivere una lettera al potente più potente del Paese: le probabilità di una risposta sono in entrambi incasi veramente poche.

Beh, a dire il vero qualcosa di importante può cambiare: le finalità, ad esempio. Non è lo stesso giocare una schedina per comprarsi una villa; scrivere a un premier (possibilmente allegando book fotografico) per farsi candidare alle elezioni; e scrivere al presidente per poter sopravvivere. Perché gli iraniani scrivono ad Ahmadinejad proprio per questo: sopravvivere. E poco importa se sopravvivere significhi elemosinare 200 dollari, una capra o l'accesso a un prestito bancario. Importa ancora meno, agli iraniani delle campagne affamate, che Ahmadinejad sia un dittatore. Anzi, per loro lui è l'ultima speranza, il numero jolly.

Onore ai caduti. E al pieno di benzina. Il centro-destra ringrazia i soldati calcolatrice alla mano

Il fatto inquietante è che c'ha pure ragione. "Quei soldati muoiono anche per difendere il pieno di benzina degli operai. E' questo il punto". Morti per la libertà degli afghani? Sì, forse... Ma soprattutto morti per il pieno di benzina. "E' questo il punto".

Se di là qualcuno fa spallucce di fronte alle bare dei soldati ("Tanto erano solo la lunga mano di Bush, Blair e Berlusconi, no?"), di qua si versa qualche lacrima. Non troppe però, altrimenti la vista si annebbia e non si vede lo schermo della calcolatrice che trionfante illustra quanti centesimi ci farà risparmiare al distributore ogni singolo soldato ammazzato.

I festini dei mercenari: alcool e umiliazioni omoerotiche tra i contractors in Afghanistan

Dovete servirli, dovete rubare quello che vi chiedono e lavare i loro cessi coi vostri spazzolini da denti. Dovete camminare a quattro zampe, mangiare cibo per cani nelle ciotole, leccare i loro piedi. Quasi sempre nudi, perché così funzionano gli umilianti riti di iniziazione per entrare nelle famose "Fraternities" (o "Greek letter organizations") delle università americane.

Poi vi fanno docce gelate, vi fanno foto e video mentre abbassate i pantaloni per mostrare le chiappe al vento, vi abbandonano nudi in qualche strada cittadina. Vi pisciano addosso, vi vomitano in bocca, vi lavano la bocca col sapone. Vi costringono a leccarvi i capezzoli, a masturbarvi a vicenda e a venire davanti a tutti, a simulare un rapporto anale, a infilarvi un dildo nel sedere. E magari vi prendono a calci, pugni e sputi, vi sculacciano con racchette da ping pong, vi frustano con le cinture, vi spengono sigarette sulla pelle...

Darfur, il fiume di sangue e violenza che nessuno vuole chiamare con il nome di genocidio

Il genocidio come crimine contro l’umanità lascia aperti numerosi pensieri. I morti, l’odio, il fallimento di qualunque istituzione. Non è solo brutalità, non è solo guerra: diventa l’arma per distruggere le radici stesse del sentire umano. Si uccide su larga scala attraverso programmi politici solo con l’obiettivo di redimere identità, come se queste diventassero l’emblema stendardo della persona.

Per questo, fa riflettere la decisione dell’ONU di non indicare la situazione del Darfur come genocidio. Come si sa, il Darfur, la zona occidentale del Sudan situata nel deserto del Sahara, è dal 2003 al centro di un conflitto tremendo che ha portato a seppellire circa 400.000 morti secondo le stime avanzate dalla Coalition For International Justice. Le fazioni contrapposte comprendono due popolazioni islamiche che fin da tempi lontani sono protagoniste di numerosi scontri a causa della scarsità di risorse.

In particolare, le diverse provenienze delle due etnie, dall’Arabia le popolazioni nomadi e dall’Africa quelle stazionarie, ha sempre comportato un diverso utilizzo delle risorse, caratterizzando anche l’opportunismo sia dell’Impero Britannico durante la colonizzazione del Sudan, che favorì l’allargamento della parte più orientale e aumentò maggiormente l’influenza della capitale Khartoum, sia degli stessi governi indipendenti che, facendo leva sulla faziosità delle due popolazioni, hanno sempre additato la colpa della miseria del Darfur a una delle due parti nel tentativo di attirare i voti dell’altra.

Sognare la pace in un mondo di incubi: la mano tesa di Obama all'Iran e mille altre storie...

Ci dicevano di temere l'uomo nero, quando eravamo bambini. Però abbiamo imparato a non temerlo e ora possiamo ascoltare le parole di un uomo nero che descrivono un mondo in pace persino col "Satana" iraniano [l'Unità]. Il Presidente degli Stati Uniti d'America che tende la mano agli ayatollah di Teheran... Ci viene quasi da pensare: "Fanculo, io sto sognando".

Eppure non è un sogno Sikandar, il ragazzo pakistano che è passato dall'inneggiare alla bomba atomica al prendere come proprio modello di vita il pacifista indiano Gandhi, senza rinunciare a correre dietro alle minigonne... E le parole di Awad e Noa sono solo una canzone, ma non sono un sogno. E non sono un sogno neppure i mille casi di cooperazione tra persone palestinesi ed israeliani.

Certo, il mondo in cui "il lupo e l'agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà la paglia come un bue" (Isaia, 65, 25) è ben lontano. Anzi è solo un mito per bambini. E certo, "sangue" e "merda" sono le due parole che meglio di tutte descrivono questo mondo. Ma, d'altra parte, i sogni diventano realtà solo quando iniziamo a trasformarli in realtà.

E allora conviene davvero credere nella pace tra Stati Uniti e Iran, tra India e Pakistan, tra Israele e Palestina... Conviene credere nella pace e lottare per la sua realizzazione, tenendo aperto e ben vigile un occhio e chiudendo l'altro per sognare. E a chi ti dice di smetterla, perché è tutto inutile, è tutto impossibile, c'è solo sangue e merda, merda e sangue, e le lobby delle armi americane, ed il fondamentalismo islamico, ed i bombardamenti israeliani... a chi ti dice così ti vien voglia di replicare con un cortese: "Fanculo, tu non stai sognando". Perché chi non partorisce sogni, partorisce solo incubi.



Leggi anche:
* O con me o ti elimino: la guerra tra la censura di "Liberali per Israele" e gli slogan antisemiti
* Io non sono in guerra: condividere il dolore, non condividere l'odio. Per costruire la pace
* Politiche concrete di pace, non azioni di schieramento per Israele e Palestina!

"Un piano Marshall per la Palestina": Silvio Berlusconi e le promesse da marinaio...

Berlusconi, piano Marshall Palestina
Premier, Italia offre Erice per negoziati di pace

2 marzo 2009

Piano Marshall per la Palestina ma Israele deve avere pazienza
"Abbiamo offerto Erice come sede del negoziato e uno stanziamento di 5 miliardi in 5 anni"

20 settembre 2003

G8: Berlusconi presenterà il piano Marshall per il Medio Oriente
In Canada Berlusconi presenterà al G8 il progetto relativo al cosiddetto "piano Marshall" per la ricostruzione della Palestina

25 giugno 2002

A Silvio piace ogni tanto promettere enormi investimenti a favore della Palestina. Tanto promettere non costa nulla...

Little Prince(ss)

Leggi anche:
* "Non cantate la speranza!": Awad e Noa contestate per il duetto arabo-ebreo sulla pace
* Io non sono in guerra: condividere il dolore, non condividere l'odio. Per costruire la pace
* Politiche concrete di pace, non azioni di schieramento per Israele e Palestina!

Bookmark and Share

Caccia alle piccole streghe in Nigeria: centinaia di bambini uccisi e torturati dagli esorcisti

Una sera, in una chiesa di Eket, grossa città nigeriana dello Stato dell'Akwa Ibom, la moglie del pastore si alza in piedi, punta il dito contro Jeremiah, un bambino di 10 anni, e proclama: "E' una strega". Trascinano subito Jeremiah nella casa del pastore ed iniziano a bastonarlo: lo chiamano esorcismo.

Quando il bambino torna a casa, il padre gli mette un cappio al collo e lo chiude in una stanza. Sono settimane di fame, bastonate, frustate...

"Poi un giorno mio padre entrò con una tanica e mi versò la benzina sulla faccia e sui vestiti e accese dei fiammiferi. Bruciai e per molti giorni non ho potuto aprire gli occhi o la bocca".

Passano i giorni, non si vede nessun medico. Si vede solo una nuova tanica di benzina. Jeremiah fugge, la polizia porta il padre in galera ed il bambino in un centro della Rete per i Diritti dei Bambini e per la Riabilitazione, dove Jeremiah, il bambino che rimarrà per sempre sfigurato, è circondato da altri 170 bambini che portano il segno di orribili torture (ustioni, cicatrici da machete, chiodi piantati in testa...). Sono stati tutti accusati di stregoneria.

Altri bambini sono morti bruciati, accoltellati, avvelenati, gettati in alto mare. Tutta colpa di un revival del fondamentalismo cristiano, di cui approfittano certi pastori (spesso impostori) che hanno trovato negli esorcismi-tortura un modo di accumulare quattrini: "La religione è l'unica industria che abbiamo in Akwa Ibom, a parte il petrolio" racconta un tassista.

E intanto continuano a morire a decine le "piccole streghe", di pochi anni o di pochi mesi [Mail&Guardian].

Little Prince(ss)

Leggi anche:
* Il padre accoltella il figlio in chiesa: non voleva togliersi il cappello nella casa del Signore...
* Bambino morto che cammina: i 6000 piccoli soldati nello Sri Lanka in guerra
* O con me o ti elimino: la guerra tra la censura di "Liberali per Israele" e gli slogan antisemiti

Bookmark and Share

"Non cantate la speranza!": Awad e Noa contestate per il duetto arabo-ebreo sulla pace

La situazione in Medio Oriente non è certo semplice, soprattutto dopo la guerra a Gaza ed il larghissimo successo registrato dal partito israeliano di estrema destra Yisrael Beitenu (Israele è la nostra casa), guidato da Avigdor Lieberman, quel tizio che vorrebbe radere al suolo la striscia di Gaza con le bombe atomiche.

Le tensioni sono testimoniate anche dalle accuse mosse alla cantante arabo-israeliana Mira Awad per aver accettato di duettare con la collega ebreo-israeliana Noa al prossimo Eurofestival che si terrà a maggio a Mosca.

"La tua partecipazione all'Eurofestival significa partecipare alla macchina propagandistica di Israele. Per favore Mira, per i bambini di Gaza e per il futuro di ogni bambino di questa terra, non essere complice dell'eccidio" hanno scritto alcuni artisti arabi a Mira Awad.

La cantante ha replicato: "Noa ed io non siamo ingenue. Non ci aspettiamo di trasmettere il messaggio che va tutto bene. [...] Davanti ai miei occhi vedo un obiettivo di lungo termine, nel quale alla fine i nostri due popoli devono trovare il modo di vivere fianco a fianco e nel quale la minoranza palestinese dentro Israele raggiunga pari diritti di cittadinanza. Credo che questo obiettivo possa essere raggiunto solo con l'ostinazione e non mettendosi da parte e sparendo dalla scena".

Ma queste giustificazioni non sono bastate. Ad esempio, Sami Abu Shehadi, del partito arabo-israeliano Balad, rilancia pesantemente le accuse: "Non so quale messaggio di coesistenza voglia mandare. Sta mentendo" [The Independent].

In quelle terre arate dalle bombe e dai kamikaze e seminate con l'odio, anche nella musica è vietata la speranza. E certo non sarà una canzone a portare la pace. Ma, allora, da dove cominciare?

Little Prince(ss)

Leggi anche:
* Io non sono in guerra: condividere il dolore, non condividere l'odio. Per costruire la pace
* Politiche concrete di pace, non azioni di schieramento per Israele e Palestina!
* La Striscia infinita

Bookmark and Share

Bambino morto che cammina: i 6000 piccoli soldati nello Sri Lanka in guerra

Nessuna lacrima per loro. Nessun minuto di tg. Nessuna marcia di protesta. Nessuna azione di un Presidente del Consiglio che passa il suo tempo a giocare a fare con il Macavity ("When a crime's discovered then Macavity's not there!") con la vicenda Mills e a dire barzellette sui desaparecidos argentini.

Eppure sono 6mila i bambini costretti dalle Tigri Tamil ad impugnare la armi, a farsi ferire ed uccidere nella lunga guerra finale che sta sconvolgendo la zona di Vanni, nello Sri Lanka settentrionale. "Abbiamo chiare indicazioni che le Tigri Tamil hanno intensificato il reclutamento forzato di civili, e che ora i bambini di 14 anni sono l'obiettivo dei ribelli. Questi bambini stanno affrontando enormi rischi, sono in grave pericolo di vita. Il loro reclutamento è intollerabile" denuncia Philippe Duamelle (Unicef).

Negli scontri che quasi certamente decreteranno la loro fine, le Tigri Tamil, ormai strette d'assedio in un'area di 370 km quadrati, hanno deciso di trascinarsi nella tomba questi bambini e tante altre migliaia di civili, ai quali è impedita la fuga. Il popolo che le Tigri dicevano di difendere sta diventando la loro vittima sacrificale. E certamente l'esercito "regolare" non sembra farsi il minimo scrupolo... I bombardamenti continuano, i civili muoiono uccisi dagli uni e dagli altri.

Ma intanto qui lo Sri Lanka rimane per noi una parola da cruciverba: "L'antica Ceylon", otto lettere, come massacro.

Little Prince(ss)

Leggi anche:
* A.A.A. semi di dialogo e di dubbio cercansi. Mica sarete venuti qua a leggere le solite cose, no?
* Lo Sri Lanka e la sua guerra civile

Bookmark and Share

Zimbabwe



Ci fu della luce. Poi più nulla, il resto vi si dileguò con piccole diramazioni sparute, create di cenere e rivestite d'argento. Non ci fu altro da vedere. Alla fine, un paesaggio di desolazione venne a ricrearsi sopra le spalle di una terra già disidratata dalle mani avide di paffuti guerriglieri di ferro nero e d'oro. Il momento non lasciò nulla al caso, ne a qualche programma. Ci sarà qualcuno che piangerà, la prigionia di dolore accuserà se stessa del proprio male. Esisterà una vendetta, qualcosa per cui dover sopravvivere a tutti i costi. Non esisterà altro sopra l'acqua che dagli scrosci ignari raccattano dal fono pietre e gioielli senza valore. Ogni roccia passerà calpestata e gettata via come fango appestato, precisa e infallibile maestria di raccordi previsti da grandi disegni senza senso. Allora ci furono altre storie di altra alta gente, raggruppata attorno al proprio fuoco, con fasci attorcigliati sul petto, pronta ad urlare la propria memoria e la propria vita, incurante del pericolo di rimanere soli. Non esiste la paura della paura. Ci sarà tempo per ricordare ogni volto e ogni lacrima, lasciare l'immagine, riprendere gesso, accompagnare mani e ricucire sorrisi di bambini. Le frecce rimaste scagliate contro bersagli di futuro. Non più non posto per qualcosa, mai più posto per Nulla.

Sorida

Milesmood

Bookmark and Share

La sharia e le moschee: un'interessante ricerca indonesiana e i nostri pregiudizi

Gli islamici? Terroristi pazzi che vogliono imporre la sharia in Europa! Sui giornali, nei tg ed in televisione l'aggettivo "islamico" è accoppiato quasi sempre ai sostantivi "terrorismo", "estremismo" e "fondamentalismo", mentre l'unico volto di una persona islamica che sappiamo riconoscere più o meno tutti è quella di Osama bin Laden. Insomma, si sa: loro sono fatti così, hanno una religione retrograda, amano il totalitarismo teocratico...

E allora facciamo un salto nel più grande Stato a maggioranza islamica, l'Indonesia, dove l'86 % della popolazione è musulmana. La Costituzione afferma che "ogni persona è libera di scegliere e di praticare la religione scelta" e garantisce "a tutte le persone libertà di culto, ad ognuno secondo la propria religione ed il proprio credo", tanto è vero che il governo riconosce ufficialmente non solo l'islam, ma anche il protestantesimo (religione di quasi il 6% della popolazione, ma maggioritaria in alcune aree orientali del paese), il cattolicesimo (3% della popolazione), l'induismo (2%), il buddismo e il confucianesimo.

Ebbene, in questo paese a grandissima maggioranza musulmana, il Centro per lo Studio della Religione e la Cultura dell'Università Islamica Statale Syarif Hidayatullah ha proposto uno studio sulla percezione della legge islamica tra i capi delle moschee (takmir masjid). Ecco i risultati delle loro interviste (The Jakarta Post).

E' concesso usare la violenza per guidare le persone sulla retta via? Solo il 9% si dice d'accordo. La stessa percentuale ritiene che gli attentati kamikaze possano essere considerati jihad.

E la sharia? Solo il 31% vorrebbe che fosse implementata in Indonesia e solo il 14% ritiene che un governo che non la implementi sia da combattere. Poi, sì, è vero, il 60% pensa che lo Stato dovrebbe poter regolare il modo di vestire delle persone, ovviamente secondo i dettami della religione islamica.

Ma è anche vero che in un paese laico (?) come l'Italia l'invocazione dei valori della religione maggioritaria è promossa ogni giorno da preti, suore, politici, giornalisti e "atei devoti". Chissà se i ricercatori indonesiani sarebbero disposti a riproporre il loro questionario, adattato alla Chiesa cattolica, qui in Italia: sarebbe interessante fare un confronto...

Little Prince(ss)

Leggi anche:
* Quando il figliol prodigo è nazista: Lefebvre, il vescovo negazionista e la scomunica revocata
* Quando Shabana ballava... Ecco la storia della danzatrice del ventre nel Pakistan dei talebani
* Brambilla e il Giornale non sono islamofobi. Non sempre. Solo quando conviene loro...

Bookmark and Share

Lo Sri Lanka e la sua guerra civile


Sotto gli occhi di tutti, oggi la guerra nella Striscia di Gaza riempie le pagine dei giornali in modo prettamente unitario. Il conflitto tra le due fazioni diventa, per chi non lo vive in prima persona, la più bieca strumentalizzazione politica. Ti accuso di questo perchè mi serve, ti accuso di quello perchè è comodo. Così si va avanti, stretti nelle proprie piccole posizioni, al riparo e al calduccio delle proprie coperte cucite dell'indifferenza.
Un conflitto diventa il conflitto. Non c'è troppo spazio sui giornali: occorre tagliare. Se si parla di Medio Oriente bisogna togliere articoli che possano parlare delle altre guerre. Non stupisce allora se il conflitto in Somalia, e in particolare l'orrendo ruolo che lo Stato Italiano vi ha avuto nel periodo 92 93, sia passato un pò troppo in sordina. La notizia è recente ma anche misconosciuta: la condanna del tribunale di Firenze ai danni del Ministero della Difesa per la totale inadeguatezza nella prevenzione dei danni provocati dall'uranio impoverito. Soldati mandati allo sbaraglio. Non sembra nemmeno passato mezzo secolo dalle truppe con scarpe di cartone inviate nell'inverno sovietico durante la Seconda Guerra Mondiale.
Non stupisce nemmeno se una delle più lunghe guerre dell'Est asiatico, nello Sri Lanka, venga sommessamente dimenticata. Tutti troppo presi a raccattare informazioni sui più vicini centri turistici in balia di vetrine con offerte speciali per poter pensare alla terra che, dal 1983, raccoglie 73mila vittime ufficiali, metà delle quali civili. Una guerra che, nonostante la distanza geografica, è simile al conflitto che si combatte a Gaza. Battaglie nate con il disastro postcolonialista. Entrambe con due fazioni avverse tanto diverse negli usi e costumi quanto ad appoggi ricevuti e strategie impiegate. Una guerra civile che va avanti già da fin troppo tempo senza che se ne intraveda una fine.
Nelle ultime ore, oltre 300 civili del gruppo tamil sono rimasti uccisi dai missili lanciati dal governo maggioritaro scingalese. Uccisi in una zona di tregua, la Security Zone, dove i civili erano stati rifugiati proprio dallo stesso governo. Un incubo di sangue. Violazioni su violazioni su violazioni.
No, non stupisce più nulla. Nemmeno la memoria.
Milesmood

O con me o ti elimino: la guerra tra la censura di "Liberali per Israele" e gli slogan antisemiti

"W Hamas ad ebrei il gas...". Con chi scrive certe cose non ti immagini neppure di poter dialogare. "Non ragioniam di lor, ma guarda e passa", direbbe qualcuno. E invece no, fermati bene a guardarli. Perché sono pericolosi e sanno camuffarsi in mezzo a noi. Perché scrivono questa frase e altre frasi simili e si dicono di sinistra. E' bene ragionare di loro, anche se è impossibile ragionare con loro...

Coi liberali, invece, pensi di poter ragionare. Son liberali, figurati se si rifiuteranno di discutere! E allora eccoti a postare un commento su "Liberali per Israele". Il blog ovviamente non inneggia alle camere a gas, ma comunque c'è qualcosa che non ti piace. E glielo scrivi in un commento semplice semplice, per fare presente che magari quando si parla di bambini morti sotto le bombe la cosa principale dovrebbe essere che sono morti, non il tipo di bomba che li ha uccisi (fosforo bianco o no?) e se sono rimasti "lineamenti visibili e corpo quasi intatto" (ah, allora...).

Gli scrivi queste cose, gli scrivi che forse si è perso il senso della vita e della morte. Glielo dici con cautela, gentilmente, non gli racconti neppure quanto sia nauseante la freddezza di certe descrizioni da manuale d'obitorio, non da analisi politica.

Ma il signore che si proclama "Liberali per Israele" (splendido esempio di plurale maiestatis; e splendido esempio di ignoranza sul significato della parola "liberale") ti censura il commento. E poi risponde al nulla: "noir pink vai a fare il finto pacifista da un altra parte".



E' la guerra, baby. O stai con me o ti elimino.

Little Prince(ss)

Leggi anche:
* Io non sono in guerra: condividere il dolore, non condividere l'odio. Per costruire la pace
* Revi-sionismo: ecco la vignetta anti-semita. L'hobby ebraico? Guerra e genocidio
* Politiche concrete di pace, non azioni di schieramento per Israele e Palestina!

Io non sono in guerra: condividere il dolore, non condividere l'odio. Per costruire la pace

No, io non sono in guerra. Ho questo privilegio.

A casa mia ci sono gli infissi da riparare e un sacco di spifferi, ma il tetto è solido e non è stato bombardato. Mio padre va più volte alla settimana in un ospedale che ha la luce elettrica 24 ore su 24 e nel cui pronto soccorso si affollano gli influenzati, non i bambini con le gambe amputate dalle bombe. E quando chiamiamo un'ambulanza, arriva dopo 5 minuti e non rischia di esplodere perché sospettata di coprire spostamenti di armi. Per andare in università perdo ore per colpa dei soliti ritardi delle FS, non per posti di blocco davanti ai quali perdi la giornata.

No, io non sono in guerra. Ho questo privilegio. Il che non significa che della guerra me ne frego. Significa solo che posso guardare alla guerra con il vantaggio di vederla da fuori e che magari posso fare (o illudermi di fare) qualcosa per la pace. Significa semplicemente che posso non odiare per sopravvivere, che posso non schierarmi. Che posso non fare la guerra.

Lo riconosco: è un privilegio. Se mio figlio fosse morto schiacciato da un carro armato mentre andava al lavoro, esploso mentre faceva la fila per la discoteca, sbriciolato da bombardamenti a tappeto... probabilmente (molto probabilmente) non potrei pensarla così. E invece posso. Me lo posso permettere. E' un privilegio, sì, ma un privilegio che posso sfruttare anche a favore di altri.

Anche le persone attorno a me condividono gran parte della mia condizione di vita. Lavorano, studiano, scopano, leggono, giocano, scrivono, litigano, pregano, mangiano... Fanno queste cose meglio o peggio di me, con più ostacoli o con più facilità di me. Però di fronte al tema "guerra" hanno atteggiamenti spesso molto diversi.

La maggioranza se ne frega. Fa la sua vita senza pensarci. Sì, magari un pensierino durante il tiggì. Magari una preghierina durante la messa, tanto ci pensa il Signore.

La minoranza si schiera. Entra in guerra. Accanto agli uni o agli altri. Contro gli uni o contro gli altri. Non si usano le bombe, qui da noi, per fortuna; ma c'è sempre molta merda da gettarsi addosso.

Vai a dire a dei filo-israeliani che il governo israeliano sbaglia, che sta compiendo una strage orrenda e criminale, che ogni senso della proporzione e dell'umanità è andato a puttane... La maggior parte di loro imprimerà sulla tua pelle il marchio infamante dell'anti-semitismo e del filo-terrorismo. Tu, Hamas, i musulmani, i palestinesi, i terroristi, la comunità islamica di Milano, gli arabi, Bin Laden... nelle loro parole spesso tutto si confonde, tutto si fonde per rappresentare una cosa sola: il Male.

La guerra del filo-israeliano è una guerra in grande stile, tecnologica, potente. Lì gli aerei e le bombe al fosforo, qui i tiggì e l'intero Parlamento.

La guerra del filo-palestinese è invece più povera, più fai-da-te, più sotterranea, con i suoi razzi e le sue pietre, coi suoi blog e le sue manifestazioni. Il che non significa che sia più buona.

Perché vallo a dire a dei filo-palestinesi che hanno ragione ad accusare il governo israeliano di compiere una strage orrenda e criminale, ma che neppure ad Hamas dispiace la guerra (anzi!) e che comunque facciano attenzione a distinguere governi, popoli, etnie e religioni. Perché anche nelle parole di molti filo-palestinesi spesso tutto si confonde e si fonde: il governo israeliano, gli ebrei, gli israeliani, i fascisti, la comunità ebraica di Roma, Avigdor Lieberman che vuole sganciare l'atomica su Gaza...

Cercare di mantenere la lucidità di chi osserva da fuori non è visto bene. Passi per un Ponzio Pilato che se ne lava le mani o per un cuore di ghiaccio che non prova sentimenti davanti alle foto dei corpi straziati. E invece no, io rivendico lo sguardo lucido di chi soffre ma non è in guerra, di chi condivide il dolore ma non si fa assoldare né dagli uni né dagli altri. E con questo sguardo posso giudicare le responsabilità (responsabilità diverse - come testimonia la sproporzione nel conto delle vittime - ma condivise) senza accrescere l'odio, l'aggressività, la violenza, il razzismo.

"Si vis pacem, para bellum" (Se vuoi la pace, prepara la guerra) si dice spesso. Ma si può volere la pace e credere che per ottenerla sia meglio preparare la pace. E pazienza se si passa per sfigati o smidollati...

Little Prince(ss)

Leggi anche:
* Revi-sionismo: ecco la vignetta anti-semita. L'hobby ebraico? Guerra e genocidio
* Politiche concrete di pace, non azioni di schieramento per Israele e Palestina!
* La Striscia infinita

Il grande colibrì