"Letters to the president" di Petr Lom: l'Iran affamato e i milioni di lettere ad Ahmadinejad

Dove non esiste il SuperEnalotto i sogni ad occhi aperti cercano altre strade per esaudirsi. E in fondo non cambia molto tra giocare sei numeri su una cartella della ricevitoria e scrivere una lettera al potente più potente del Paese: le probabilità di una risposta sono in entrambi incasi veramente poche.

Beh, a dire il vero qualcosa di importante può cambiare: le finalità, ad esempio. Non è lo stesso giocare una schedina per comprarsi una villa; scrivere a un premier (possibilmente allegando book fotografico) per farsi candidare alle elezioni; e scrivere al presidente per poter sopravvivere. Perché gli iraniani scrivono ad Ahmadinejad proprio per questo: sopravvivere. E poco importa se sopravvivere significhi elemosinare 200 dollari, una capra o l'accesso a un prestito bancario. Importa ancora meno, agli iraniani delle campagne affamate, che Ahmadinejad sia un dittatore. Anzi, per loro lui è l'ultima speranza, il numero jolly.

L'Iran delle campagne è un Iran che adora il suo presidente. E' un Iran affamato, immiserito, addolorato che in massa rincorre l'auto presidenziale per consegnare una lettera al volo. Un Iran in fila sotto il sole per imbucare una lettera. Un Iran che scrive lettere al presidente per raccontargli che guadagna 200 dollari al mese, che deve fare quattro settimane di risparmi per comprare le fragole (4 dollari al chilo) ai figli e che ha dimenticato il sapore della carne, bene di lusso. Un Iran privato di tutto, che può sperare solo che il presidente legga la propria lettera ed elemosini qualche dollaro. O una capra.

E allora ecco questo fiume di lettere, questi nove, dieci milioni di lettere che arrivano a Teheran, presso l'apposito ufficio. Vengono lette attentamente e ancor più attentamente schedate in appositi moduli da personale appositamente formato. E naturalmente non mancano, in una struttura così all'avanguardia e soprattutto così pubblicizzata nel paese, l'apposito call center telefonino e le apposite postazioni web (che poco hanno da lavorare, visto che, come vedremo, chi vive in città e utilizza Internet non ci pensa neppure a scrivere al presidente...).

A volte qualcuno ottiene quel che chiede: qualche soldo, un velo per pregare... Qualche fortunato può gioire di ottenere la risposta che non si può fare nulla - "per ora", ovviamente. La gran massa dei mittenti si deve accontentare del silenzio. Ma, d'altra parte, in cosa sperare? In Ahmadinejad, naturalmente. Che arriva anche nel più sperduto dei villaggi per promettere benessere, grandi opere, la soluzione di tutti i problemi con l'Atomica (l'energia, come dice lui, o la bomba, come urla chi lo circonda?). E la fine dell'America, dove, racconta, la gente vive peggio che in Iran.

Fiumi di parole e di disperazione nelle lettere degli iraniani che abitano le campagne. Fiumi di parole e di promesse nella bocca di Ahmadinejad. Che è un populista, un dittatore, secondo il giudizio degli iraniani delle città, che, più ricchi e istruiti, non si lasciano incantare. E il paese si lacera: nelle campagne esaltano il presidente, attribuiscono ogni male ai politici locali e all'Occidente, pregano per l'avvento del Madhi, del messia, che, coadiuvato da Ahmadinejad, risolverà ogni problema; in città, al contrario, pregano per la morte del presidente, protestano contro i brogli elettorali e la violazione continua dei diritti umani.

Tutto questo è raccontato con grandissima chiarezza e senza alcuna retorica nel bel documentario "Letters to the president" di Petr Lom, che ha potuto girare immagini esclusive grazie a speciali permessi ottenuti dal regime khomeinista. Per questo e per il fatto di mostrare la venerazione di molti per Ahmadinejad, Lom è stato accusato di aver prodotto un'opera di propaganda a favore della dittatura. Ma Lom invece si limita a dar voce alle due diverse anime dell'Iran e, quindi, ci permette di capire meglio quel paese così diviso. E di capire meglio come interagire con esso.

Ma ci permette anche di capire come interagire meglio con la realtà in cui viviamo, certo ben lontana dalle nefandezze di Ahmadinejad, ma non priva di pericoli per la democrazia. Perché, come ci dimostrano le numerose testimonianze semplici e sincere di tanti iraniani, anche il peggiore dittatore grazie al populismo può crearsi la maschera di garante della "vera libertà" e di protettore dei deboli. E ottenere così l'appoggio incondizionato di larga parte di quel popolo che opprime.

Little Prince(ss)

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5 commenti:

  1. Molto interessante. Resta il problema di vedere quale sia l'alternativa in Iran alla dittatura teocratica, e quale sia la migliore strada per perseguire il raggiungimento di una società liberale e libertaria (nelle migliori accezioni del termine). Le nostre bombe e l'esportazione della democrazia non mi sembrano una buona idea... I presunti "progressisti" quali Al Moussavi nemmeno... Bah, se i problemi mondiali avessero soluzioni semplici, non staremmo qui a menarcela con le polemiche sul Berlusconi. E al mondo non ci sarebbero guerre. --

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  2. @ la Volpe:

    Proprio perché la situazione è molto complessa, un documentario che illustra questa complessità è utile. Le bombe servono solo a uccidere e l'esportazione della democrazia come immaginata dai teo-con serve solo a creare martiri e a sprofondare un paese nel caos iracheno: non per nulla è temuta più dagli iraniani delle città che da quelli delle campagne...

    L'abbandono del semplicismo alla Bush mi sembra comunque un primo passo fondamentale. Poi che fare? Domanda da un milione di dollari. Noi possiamo per ora solo cercare di informarci e di informare.

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  3. Passivo Torino15 ottobre 2009 19:29

    Grazie NoirPink!

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  4. Moussavi forse non è la soluzione migliore, meglio allora Karroubi. Cosa fare? Supportare la dissidenza con ogni mezzo per cercare di evitare che la parola passi alle bombe (e ci siamo vicini un bel po')
    Comunque bellissimo post. Complimenti davvero

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Il grande colibrì