"A Milano comanda la ‘Ndrangheta" di Carlucci e Caruso: siamo diventati tutti mafiosi?

Parlare male di Milano non è un compito così difficile. Non occorre nemmeno sforzarsi di lavorare di fantasia o di spremersi a fondo le meningi pur di trovare una qualche forma di argomentazione. Qualche difficoltà la può creare l’evitare di cadere dentro ai soliti luoghi comuni della città: è triste, grigia e senza vita; la gente è scorbutica e c’è sempre la nebbia.

Al di là dell’esagerazione immancabile, è comunque storicamente noto come Milano sia principalmente una città degli affari e, per questa ragione, non è nata come una città per viverci al massimo del benessere. Così, si è trasformata gradualmente in una Manchester del terzo settore, una città costruita a misura d’uomo per l’impiegato medio, chiusa su se stessa ma arrogante nel voler essere una delle capitali del mondo, capace di mutarsi in una città istituzionalmente razzista che istituzionalmente parlerà di fame nel mondo nel 2015.

Sebbene l’Europa sia praticamente a un passo, Milano resta provinciale davanti ai cambiamenti delle maggiori città europee, perché di certo non bastano un paio di locali e qualche evento artistico per poter competere con le altre a livello squisitamente sociale e culturale.

Eppure, c’è chi non è rimasto indietro. Sommergendosi e capitalizzando al massimo le peculiarità della città tantissimi gruppi criminali, in primis la ’Ndrangheta, hanno costituito a Milano uno dei punti nevralgici della criminalità organizzata del Sud Europa, trasformandola in un mercato di spaccio e riciclaggio completamente internazionalizzato, facendo dell’integrazione etnica il punto di forza della nuova metodologia mafiosa.

Nel libro inchiesta di Carlucci e Caruso si parte proprio da questo per rappresentare la mappa criminale della Lombardia, vale a dire dal principe del commercio criminale internazionale: l’importazione di droga. Con un mercato potenziale di circa 120.000 consumatori e una stima di 10.000 dosi giornaliere consumate, la cocaina si è imposta fra le droghe milanesi dando alla ’Ndrangheta il lasciapassare per l’accumulo senza fine del suo tesoro sommerso, lasciando però uno spiraglio ai concorrenti: chiunque può inserirsi nel mercato. Infatti, le ’ndrine hanno già la consapevolezza di essere egemoni sul mercato, perché solo loro hanno i contatti diretti con i cartelli sudamericani. In qualunque modo si possano spartire le zone, restano loro il gruppo leader, ispirazione di altri. Così, ecco che tutti possono diventare gestori di una cerchia di spaccio: dai gruppi serbo-montenegrini al visitatore della Colombia rientrato con un chilo di cocaina in valigia.

Questa è la forza della mafia calabrese a Milano e in Lombardia: non attirare l’attenzione. Intraprendere faide tra gruppi vuol dire morti e morti vuol dire polizia e giornalisti. In sostanza occorre solo lavoro, nel più milanese senso del termine.

Nel viaggio descritto si analizzano poi, attraverso la descrizione di inchieste già concluse o ancora aperte, i vari settori della “imprenditoria” ’ndranghetista: gli appalti pubblici per la costruzione dell’Alta Velocità Milano-Torino e della nuova fiera a Rho; lo smistamento di armi e droga all’Ortomercato a Milano sud; il riciclaggio di denaro attraverso società finanziarie; l’apertura di cinema, panetterie, ristoranti o discoteche. Un quadro di intimidazione diffusa che arriva a toccare i vertici della politica, come a Buccinasco, la cui storia non è diversa da quelle di molti comuni nel meridione. O addirittura nella stessa Milano, dove si è tentato di tutto pur di non istituire la Commissione antimafia cittadina con alle porte i futuri appalti per l’Esposizione Universale.

Inoltre, la forte presenza delle ecomafie sta peggiorando ulteriormente i già pesanti interventi di cementificazione della regione. Citando l’Apat, in Lombardia vi è la presenza di 1.237 siti potenzialmente contaminati da scarichi di rifiuti tossici, la cui maggioranza è concentrata proprio nei circondari del capoluogo, non a caso luoghi ad alta intensità stradale e destinati alla costruzione di nuovi cantieri, così da sotterrare in modo definitivo i rifiuti.

Ci sarebbe molto di più da descrivere e sintetizzare. Il panorama purtroppo non è roseo sebbene praticamente nessuno a Milano consideri il problema della criminalità organizzata come qualcosa di importante. Al contrario nel libro, pur con qualche accenno populistico, si vede come non sia qualcosa di lontano o di un altro mondo.

La mafia può prosperare solo se circondata da un certo tipo di mentalità e cultura che nei fatti, e non nelle parole, la legittima per tutta una serie di motivazioni. Oltrepassa la legge del favore, del clientelismo, perché si fonda sulla cecità. Ora ci si concentra su altro, su milioni di altri problemi, focalizzando tutta l’attenzione solo su Berlusconi e Saviano oggi, o Provenzano e Riina ieri, se si vuole parlare di crimine organizzato. Il resto non esiste, dimenticandosi del fatto che sono le alleanze internazionali tra cartelli il fulcro e il futuro delle attività criminali, in Italia sempre più pervasive. Questo perché paradossalmente sono stati i gruppi criminali gli unici in questo paese ad essersi adattati veramente al pensiero europeo, spingendosi fino a stringere accordi con l’Organizatsya, la mafia russa (non citata nel libro), aiutandola nell‘insediamento in Lombardia, in Romagna e in Toscana.

Ed è in questo non clima che dagli anni ‘80 i vari Barbaro, Mancuso, Papalia, Morabito e altri si sono accasati in Lombardia lasciando che questa cultura del non vedere, non dire, non fare si ampliasse ulteriormente. Così che la violenza ha solo cambiato agenti e vittime: non più usurai e debitori ma resto del mondo contro resto del mondo. In silenzio si è messa a fare affari d’oro fatturando, nel 2007, una cifra assimilabile al 3% del Pil italiano, trasferendo nella società la sua cultura di violenza e omertà, di rispetto e di maffia, rendendola simile a lei e mimetizzandosi dentro.

Sarebbe poi sbagliato credere che questa cappa di violenza omertosa della società civile riguardasse solo faccende di criminalità organizzata. La mentalità comune è mafiosa, non fascista, perché cambia la finalità dell’uso della violenza fisica o verbale: l’intimidazione alla sottomissione dell’avversario e non la sottomissione tout court. Che sia in un senso o nell’altro, uno schieramento o l’altro. Utilizzare l’illegalità come mezzo per ristabilire il legale che si crede essere stato espropriato. Così è nata la mafia.

Milano in questo senso è la capitale morale d’Italia, dove la mafia non esiste o, se esiste, è solo in Borsa. Non si cambiano adesivi sui camion per spacciarsi un’altra ditta. Dove basta entrare in un locale per sentirsi parte dell’Europa.

Milesmood

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7 commenti:

  1. Italia '8019 ottobre 2009 16:01

    Madonna mia, madonna mia

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  2. Via Letizia Moratti da Milano, compagni!

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  3. grazie per la segnalazione interessantissima, la prossima volta che passo dall'Italia me lo procuro

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  4. grazie per segnalazione-recensione del libro
    paola

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  5. Con menefreghismo si vive a Milano, nonostante le forti presenze mafiose

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  6. Complimenti per il post.
    E’ che il quattrino è rimasto l’unico, esclusivo, criterio morale valido a Milano. Lo si vede con gli extracomunitari (città spietata con i poveracci, ma piena di attenzioni per americani e giapponesi). Lo si vede con la criminalità organizzata, da combattere se in coppola e lupara, ma ignorata (se non tollerata) se porta i soldi.
    Il mio Comune – una cittadina della Brianza comasca nell’Area Metropolitana milanese – è stato toccato dalle più recenti indagini sulla ‘ndrangheta: qui aveva uno dei suoi domicili Salvatore Morabito, il boss dell’Ortomercato, qui viveva uno dei suoi luogotenenti (figlio di un Consigliere Comunale di Forza Italia), qui è stato arrestato Francesco Stellittano, il boss che organizzava l’interramento di rifiuti tossici tra Desio, Seregno e Briosco (arrestato a Ferragosto in un ristorante aperto solo per lui…).
    Eppure tutto ciò sembra non riguardarci: nel giornale locale solo un trafiletto nelle pagine interne (aveva più spazio sull’edizione nazionale di Repubblica!), e in giro solo alzate di spalle, come a dire che sono casi isolati senza legami col territorio, qui “la mafia non esiste”. E se si fa notare che, al contrario, il giro d’affari delle ‘ndrine è davvero ben radicato nel territorio, la risposta è del tipo “finché si limitano a far girare i soldi, che male c’è?”.

    Saluti

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  7. Primaticcio, parole buone e giuste... non mi spingono minimamente a rallegrarmi sinceramente...

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Il grande colibrì