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Orsi, orsi bi-polari e orsi bruni: i bear bisessuali e di colore raccontati da Ron Suresha

Continuano le nostre riflessioni sulla cultura bear, sulle sue potenzialità e sulle critiche che le vengono mosse. Oggi sentiamo Ron Suresha, autore di importanti ricerche sulla comunità ursina e su quella bisessuale (ha scritto "Bears on Bears" e "Bi Men" e un contributo per il libro a cura di Les K. Wright, "The Bear Book") e scrittore di fiction.

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Les K. Wright denuncia il "fascismo del corpo" e il "regime della mascolinità": la cultura bear è una cultura libera?

La nostra società sempre più interconnessa ha permesso a molti più tipi di uomini gay e bisessuali, prima repressi, di riconoscere la propria omosessualità, nonostante il fatto che la loro tipologia o immagine fisica non somigli a ciò che siamo portati a considerare come "tipicamente" femmineo o gay. Inoltre questi uomini hanno scoperti di non essere attratti da quello che in genere associamo mentalmente alla cultura gay o queer.

Panza, peli e rossetto: la sociologo Javier Sáez e l'elogio degli orsi maschioni ed effeminati

Continua il nostro dibattito sulla cultura bear, avviato con l'intervista al più importante studioso americano del tema, Les K. Wright, e proseguito con numerosi e ricchi interventi che possono essere letti lungo il nostro ___fil rose___ dedicato alla cultura ursina. Oggi discutiamo con il sociologo e psicanalista spagnolo Javier Sáez (nella foto), autore di libri e di saggi molto significativi sulle tematiche queer e bear (alcuni dei suoi scritti possono essere letti sulla rivista elettronica Hartza.com, da lui stesso fondata nel 1995), oltre che attivista per i diritti umani e antimilitarista.

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Qual è la relazione tra l'estetica bear e la mascolinità? Wright denuncia il "regime della mascolinità", mentre per gli Orsi Italiani la mascolinità esteriore può convivere senza problemi con la femminilità interna... L'esaltazione della mascolinità è un problema? O forse il problema vero è quello della riproposizione dello schema duale stereotipato del genere?

Fuori dalle gabbie: WARBEAR contro l'identità bear strumento di marketing del mercato gay

Non aspettatevi paroline dolci o concilianti da uno che ha come nome d'arte - anzi, come nome di battaglia - WARBEAR, tutte le lettere urlate in maiuscolo, una dopo l'altra, senza perdere fiato. WARBEAR, o se preferite Francesco Macarone Palmieri, interviene nel confronto sulla cultura bear che abbiamo inaugurato con Les K. Wright e continuato con Orsi Italiani e con Perdido e certo fa casino. Parecchio casino. Ma è inutile commentare, sotto potete leggere voi quello che ha da dire.

Qualche parola, invece, vale la pena di spenderla per presentare questo studioso e artista eclettico. WARBEAR è un antropologo sociale che si occupa di gender e queer studies, sessualità e pornografia (potete ad esempio leggere il suo saggio "21st Century Schizoid Bear: Masculine Transitions Through Net Pornography" in "C'lickme", libro molto interessante e liberamente scaricabile). Come attivista queer, ha fondato E.U.RO. Epicentro Ursino Romano, gruppo dallo slogan eloquente: "Uguali a nessuno".

L'orso non ha Perdido né il pelo né il vizio: riflessioni di un disegnatore bear (2° parte)

Dove eravamo rimasti...
La 1° parte dell'intervista!

Oggi torniamo a commentare con Perdido, l'autore del blog WOOF! e di tavole di fumetti molto note nella comunità bear, le prese di posizione, per nulla tenere, di Les K. Wright, il più importante studioso del movimento ursino americano. Nella prima parte dell'intervista abbiamo ricordato l'esperienza della fanzine WOOF!, abbiamo parlato di arte bear e di alcuni atteggiamenti anti-ursini che stanno emergendo. Adesso cerchiamo di ricostruire come è nato, si è sviluppato e che fine sta facendo il movimento degli orsi, soprattutto in Italia.

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"Qualcuno si accorse che il desiderio, la tenerezza e tutte quelle pulsioni che (per quanto negate) sono motore dell’esistenza umana, sfuggivano in realtà alle tipizzazioni ufficiali, mentre esisteva una vastissima regione emozionale ancora priva di voce": racconti così la molla che fece scattare la nascita del movimento ursino. Per Giambattista fu la "mera esigenza di condividere un ideale estetico ignorato o ridicolizzato dai mass-media".

L'orso non ha Perdido né il pelo né il vizio: riflessioni di un disegnatore bear (1° parte)

L'intervista a Les K. Wright, con giudizi piuttosto duri sull'evoluzione della cultura bear americana, non è passata inosservata e ha suscitato le più disparate reazioni: si va da chi ha denunciato una sorta di "orsofobia" a chi, al contrario, ha colto l'occasione per provare a rilanciare le potenzialità più innovative del movimento. C'è chi non aveva mai riflettuto approfonditamente sugli orsi e ci ha contattato per avere altre informazioni e chi, invece, sul mondo ursino ha fatto mille pensieri e ha comunque tratto ispirazione dalle parole di Wright per proporre commenti ricchissimi di spunti.

Tra questi ultimi, c'è sicuramente Perdido (nome d'arte di Filippo), blogger e disegnatore bear: il suo post "RicOrsi Storici - la cosiddetta disfatta dei Bears" su WOOF! (n.b. vietato minori 18) è davvero da leggere con attenzione. Abbiamo deciso di intervistarlo, perché l'argomento, con tutte le sue implicazioni sui concetti di bellezza e di libertà di esprimere se stessi, ci sembra degno di interesse da parte di tutti, dagli orsi ai "D&G boys", dai gay agli eterosessuali...

"Altro che letargo, facciamo ancora groar!": gli Orsi Italiani reagiscono all'intervista di Wright

Le parole molto dure e molto critiche sulla cultura bear - quasi una denuncia di fallimento per una rivoluzione annunciata e mai arrivata - pronunciate nella nostra intervista da Les K. Wright, il più importante studioso del fenomeno ursino in America, hanno suscitato curiosità in chi non conosceva questa realtà e hanno aperto un interessante dibattito tra gli orsi della Penisola. Segnalando l'interessante post di Woof! (n.b. V.M. 18!), sentiamo ora l'opinione di Giambattista, uno dei cofondatori di Orsi Italiani, il più importante gruppo bear del nostro paese, e attualmente webmaster del sito web dell'associazione.

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Cosa ti ha colpito di più nelle parole di Les K. Wright?

Ho letto con molto interesse l'intervista a Les Wright, lo storico del movimento bear che partendo dalla storia della comunità ursina statunitense arriva ad un'analisi abbastanza disillusa dell'attuale cultura bear. Non sono tuttavia del tutto d'accordo sul fatto che il movimento degli orsi non abbia saputo concretizzare quelle potenzialità "rivoluzionarie" associate all'estetica bear, almeno in Italia.

La rivoluzione bear è andata in letargo: Les K. Wright e la cultura degli orsi gay (2° parte)

Dove eravamo rimasti...
La 1° parte dell'intervista!

Continua il nostro dialogo con il più importante studioso della cultura bear americana, Les Kirk Wright: che fine ha fatto la rivoluzione ursina?

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Quello di cui abbiamo parlato nella prima parte di questa intervista è in netto contrasto con la libertà dalla bellezza che la cultura bear sembrerebbe promettere, no?

Se osservi i primi numeri della rivista Bear, non si era ancora sviluppata un'estetica così chiara e conformista. Jack Radcliffe è stato il primo a incarnare questo nuovo canone di bellezza bear. Insomma, proprio come i gay in generale si sono assoggettati personalmente e reciprocamente allo stesso sistema di bellezza che ha storicamente oppresso le donne, gli orsi hanno allegramente abbracciato le proprie icone bear, vale a dire quelle che i media ursini sono stati capaci di vendere con così grande successo.

La rivoluzione bear è andata in letargo: Les K. Wright e la cultura degli orsi gay (1° parte)

Brutto è bello: un ossimoro più contraddittorio è difficile da pensare. E' un ossimoro dalle implicazioni potenzialmente rivoluzionarie, un grimaldello che potrebbe scardinare i giochi di potere su cui si fonda il regime della bellezza. Così, nel reame tirannico di re Peso Forma e di regina Ceretta, essere orgogliosamente grassi e pelosi - essere favolosamente "brutti" - potrebbe significare portare avanti un'essenziale lotta di liberazione antropologica.

Poi, certo, è più facile nascondersi dietro a un dito, a qualche frase fatta, perché in fondo "non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace" e in ogni caso "i gusti sono gusti"... Così la definizione di "brutto" torna ad essere offensiva, politicamente scorretta, non attribuibile a nessuno. Peggio ancora: il "brutto" pretende la certificazione ISO di bellezza, la canonizzazione come "diversamente bello". Incorpora in sé il lato più triste e violento della "bellezza rivelata". Si auto-condanna all'insignificanza culturale.

Il grande colibrì