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"The Social Network" di David Fincher: lo scorrere delle relazioni al tempo (compresso) di Facebook

Se è la finzione a pareggiarsi con la realtà non necessariamente è vera la tesi dell’iperrealismo. Probabilmente, è perché è la realtà a connotarsi sempre più sull’ombra del finto e dell’irrealistico. The Social Network, film diretto da David Fincher che narra l’ascesa di Mark Zuckerberg fondatore di Facebook e delle sue conseguenze legali e affettive, è forse per questo il film che, da un sacco di tempo a questa parte, rispecchia al meglio il mondo che ci circonda, rimandandocelo indietro come uno schiaffo, in cui nemmeno l’accensione delle luci della sala serve a scrollarsi di dosso quel senso di legame che si crea con la pellicola e il suo messaggio.

Forse, anzi, più passa il tempo e più ti entra dentro, scavando così tanto dentro la consapevolezza che quasi si raggiunge l’epifania. In tal caso, è scritto nelle regole dell’arte che l’opera capace di provocare questo sia da definirsi un Classico, fedele riproduzione del periodo storico che intende rappresentare, sguardo al possibile futuro e adatto a conservare nel tempo l’immagine del presente.

"So You Think You Can Fuck": il porno gay diventa un reality show. Ad alta tecnologia

Seguire l'evoluzione dell'industria pornografica non è solo una curiosità da sessuomani. Capire infatti lungo quali direzioni le case di produzione porno decidono di svilupparsi, quali scelte compiono, quali mode lanciano è utile per comprendere lungo quali binari correrà il treno dell'immaginario erotico, visto che in questo campo è praticamente solo la pornografia commerciale a dettar legge.

Inoltre, considerando il fatto che proprio la pornografia sta avendo da molti anni un ruolo di apripista per le principali innovazioni tecnologiche, significa anche farsi un'idea di quello che potrebbe diventare lo spettacolo, il cinema, la tv e internet in un futuro molto vicino.

Miss Italia, le trans e il mercato della paura: le lacrime di Alessia Mancini non sono un'offesa

"Hanno detto che sono una trans. Che di per sé non è una cosa brutta, massimo rispetto per loro, ma io non lo sono!". E' questo il concetto espresso al Corriere della Sera da Alessia Mancini, la giovane concorrente di Miss Italia "additata" come transessuale da certa stampa scandalistica. Le stesse cose le aveva già dette in diretta tv, scoppiando a piangere: "Io rispetto le trans, ma io non lo sono".

Parole e lacrime che ora dovrà pagare care: una parte della comunità glbt, con alcuni suoi rappresentanti in testa, ora addita Alessia come transfoba. Ci vanno giù pesante, con accuse gravi, toni astiosi e offese a tutto spiano: "cretina", "poveretta", "oca", "stronza", persino "travona" (viva la coerenza!)... Se la ragazza piange e vive come un trauma l'essere finita sulle prime pagine dei giornali perché "presunta transessuale" - è il ragionamento - lo fa perché disprezza le persone transessuali. "Io piangerei se mi dessero del mafioso o dell'assassino, non della transessuale" dicono in molti.

Queer Frame di Atlantide Entertainment: anche in Italia il continente sommerso del cinema gay

"Atlantide Entertainment è una società nata due anni fa grazie ad un gruppo di giovani imprenditori con la passione per il cinema. Cerchiamo di produrre opere di giovani autori sui quali ci sembra il caso di rischiare, considerando le leggi del mercato italiano". Cosimo Santoro descrive così la casa di produzione di cui è capo acquisizioni e distribuzione. Una casa di produzione coraggiosa, che merita di essere conosciuta più da vicino.

Atlantide ha prodotto "Diari" di Attilio Azzola, film-laboratorio realizzato con la partecipazione diretta dei giovani protagonisti, che hanno frequentato, prima delle riprese, una serie di seminari in cui è stato insegnato loro come si produce un film, passo dopo passo. Il film ha vinto il Grand Prix Ecran Juniors al Festival di Cannes nel 2008 e, dopo un buon risultato nelle sale, uscirà in dvd il 18 luglio.

"Fratellanza - Brotherhood" di Nicolo Donato: la minestra riscaldata dell'amore gay tra naziskin

Il protagonista (questa volta si chiama Lars ed è interpretato da Thure Lindhardt) entra in un gruppo di sbandati ed emarginati (questa volta sono naziskin), inizia una storia d'amore impossibile con il ragazzo che inizialmente più lo avversava (questa volta è David Dencik nei panni di Jimmy), abbandona il gruppo, ritorna, progetta il riscatto per sé e il suo innamorato, ma - guarda te che inaspettata sorpresa! - proprio all'ultimo minuto qualcosa va storto e si arriva al tragico finale (che ha almeno il pregio di denunciare come la follia della violenza e dell'odio non abbia solo un colore o solo un odore).

Questa, in sintesi, la storia raccontata da "Fratellanza - Brotherhood" di Nicolo Donato, regista danese di origini italiane. La pellicola è osannata ed acclamata, ha anche vinto il premio come miglior film al Festival del cinema di Roma 2009. La trama è la stessa vista e rivista in chissà quanti film da festival del cinema gay, si sono sostituiti solo i vari ladruncoli, eroinomani, prostituti, vandali e sbandati di svariata natura delle vecchie storie con i naziskin di questa, e subito i critici cinematografici si sono sperticati in lodi per un film che, dicono loro, sarebbe originale e rifuggerebbe gli stereotipi.

"Do começo ao fim" di Aluisio Abranches: l'incesto gay tra fratelli e l'amoralità dell'amore


Ti amo perché per capire il nostro amore
dovrebbero mettere a soqquadro il mondo.
Ti amo perché tu potresti amare
un'altra persona, e invece ami me. Solo me.

Il film fino a quel punto è stato bello, intenso, emozionante. Poi arriva quella dannata domanda: "Perché mi ami?". Oddio, è il tuo primo pensiero, ora arriva il vento freddo della banalità o, forse persino peggio, il vento gelido di qualche astratta frase da Bacio Perugina. Oddio, è il secondo pensiero, tra poco rimpiangerai il prezzo del biglietto. Il corpo ti si accascia sulla poltrona del cinema, ormai rassegnato al peggio...

Agora di Alejandro Amenábar

Credere o non credere: è questo il problema, soprattutto in un'epoca dalle grandi trasformazioni storiche, politiche, filosofiche e religiose. E' il 391. Alessandria d'Egitto, punto di riferimento per la cultura con la sua Biblioteca e per l'estetica con il suo Faro, è il teatro ideale per rappresentare questo cambiamento. Una città divisa e arroccata nelle sue posizioni. La Biblioteca, con il sapere antico, che insegna a giovani studenti le varie discipline; i cristiani, resi più forti dai decreti teodosiani, invadono le strade alla ricerca di poveracci da convertire. In questo scenario si inserisce la vita della filosofa Ipazia (Rachel Weisz), matematica dedita esclusivamente alla ricerca di scoprire il moto della Terra, dei pianeti e delle stelle. Assieme a lei Oreste (Oscar Isaac), pubblicamente innamorato di lei, e Davo (Max Minghella), schiavo di Ipazia e morbosamente innamorato anch'egli di lei. Gli eventi scorrono più velocemente di loro. Cirillo (Sami Samir), ambizioso cristiano, fa di tutto per provocare i pagani attendendo così quella che può essere la tipica risposta di un popolo alle strette senza prospettive per il futuro, vale a dire un attacco violento. Ma le forze cristiane sono numerose, tanto da far arroccare i pagani all'interno della biblioteca, aperta solo per decreto imperiale e lasciata alla mercé dei cristiani, che non faranno altro che distruggerla. Ipazia fugge assieme a tutti quelli che fanno in tempo, e assiste impotente alla morte del padre e di tutto quello che era la sua vita precedente. Davo, frustrato per non essere contraccambiato da Ipazia, si converte al cristianesimo, utilizzando la religione per ritornare libero. Oreste si converte anche lui, facendo carriera nell'Impero e diventando prefetto di Alessandria.

"Bareback" di Paul Vecchiali: il regista amato da Pasolini racconta il sesso senza preservativo

Pochi mesi prima di essere assassinato, Pier Paolo Pasolini, scrittore e poeta, ma anche autore di indiscussi capolavori cinematografici, chiese a un regista corso di 8 anni più giovane di lui di insegnargli il mestiere di cineasta. Quel regista era Paul Vecchiali, esponente interessantissimo del cinema di ricerca francese, sperimentatore di vari generi stilistici, il quale, sin dagli anni Settanta, ha affrontato tematiche complesse e tabù come l'omosessualità, la pena di morte, la pornografia, la sessualità infantile, la prostituzione...

Tra questi temi va ricordato anche quello dell'Aids, affrontato con il film "Once More - Encore" (una delle sue poche opere diffuse anche nelle sale italiane). Era il 1987, sei anni prima di "Philadelphia" di Jonathan Demme e de "Le notti selvagge" di Cyril Collard, e, sebbene la malattia stesse già sconvolgendo la comunità omosessuale, il cinema ne aveva parlato ancora poco.

A Milano "+ o - Il sesso confuso" di Adriatico e Corbelli: storia dell'Aids, malattia tra le malattie

Lunedì 3 maggio, alle 22, verrà proiettato per la prima volta a Milano (Cinema Mexico, via Savona 57) il documentario "+ o - Il sesso confuso - Racconti di mondi nell'era Aids" di Andrea Adriatico e Giulio Maria Corbelli (*). Il film ricostruisce i quasi 30 anni trascorsi dalla scoperta del virus dell'Hiv attraverso un gran numero di testimonianze (da Livia Turco a Beppe Ramina, da Franco Grillini a Stefano Benni e moltissime altre persone, passando anche per l'inchiesta sul barebacking di questo blog).

E' importante ripercorrere la storia dell'Aids perché questa malattia, per ragioni complesse che in parte abbiamo esplorato in una nostra inchiesta sul tema e che più approfonditamente illustrano le tante voci raccolte in "+ o - Il sesso confuso", si è voluta caratterizzare come qualcosa di diverso, come il Male, come il mostro che divora ogni possibilità di futuro e di rapporto umano.

Green Zone di Paul Greengrass

"E' sempre importante il motivo per cui si dichiara una guerra", dice alla fine del film l'ufficiale Roy Miller (Matt Damon), a capo di una delle molte squadre impegnate nella ricerca delle famigerate WMD (Weapons of Mass Destruction) di Saddam Hussein durante la guerra in Iraq. E' il 2003, la guerra è iniziata da un mese e di armi nucleari, chimiche o batteriologiche ancora non si è trovata traccia, nonostante le notizie dell'Intelligence (militare, non CIA). Per questo motivo, l'ufficiale inizia ad indagare meglio dietro a queste incongruenze, complice sia l'avvistamento del Generale Al Rawi sia dell'interessamento della CIA, pronta ad un accordo con lo stesso Al Rawi per impedire lo scioglimento dell'esercito iracheno, unico collante di un paese sull'orlo di una guerra civile.

La storia è nota: le WMD in Iraq non ci sono mai state. La motivazione alla guerra è venuta meno assieme alla credibilità dell'amministrazione Bush a livello mondiale. Un errore strategico le cui conseguenze sono ancora sotto gli occhi di tutti. L'Iraq è un paese distrutto, con morti e feriti senza distinzione di etnie. Manca un qualunque piano per la ricostruzione del paese assieme a una qualche possibilità di ripiegamento delle forze armate, cosa che alimenta tensioni terroristiche sia all'interno che all'esterno dei confini. L'economia mondiale ha avuto uno shock e una ridistribuzione del suo equilibrio geografico e, infine, non si sa per quanto ancora durerà tutto questo.

La democrazia? Vaffanculo brutta troia!

Anzi, direi che dovresti metterti a novanta e allargarti per bene perché non riesco a trovare i tuoi buchi. Mi piace vederti così, con la schiena che si abbassa e tu che cerchi con le tue mani che tremano di toccarmi le gambe mentre continuo a fotterti, sbattendo per bene le mie anche sopra il tuo culo. Perché se non lo hai capito, zoccola, se ci sei tu faccio quel cazzo che mi pare, hai capito?

E non iniziare a dire le tue solite cazzate sui diritti e le solite palle da quattro centesimi di morta di fame. Io posso dire tutto mandando a fanculo le tue moine da première dame, perché io, Io, IO ho il diritto di dire tutte le fottutissime cose che passano per la mia cazzo di testa, perché ci sei tu a governare, stupenda democrazia, solo tu sei sovrana e schiava del tuo regno, energica mistress di latex che adori ricevere frustate dal tuo schiavo a quattro zampe.

"Mine vaganti" di Ferzan Ozpetek: l'amore declinato al plurale non conosce ortodossia

"Tutto questo dovrebbe aprire nuovi varchi di tolleranza nel pubblico omofobico?" giorni fa si chiedeva angosciata Mariuccia Ciotta sul Manifesto. Dal titolo ("Mine vaganti inesplose. L'ordinaria banalità della 'retta' gaytudine") si poteva pensare che la giornalista se la prendesse con l'ultimo film di Ferzan Ozpetek perché lo giudicava borghese - giudizio che sarebbe potuto pure essere corretto.

E invece no. Ciotta denuncia la misoginia di un regista che in realtà prende in giro uomini e donne (ma le donne con molto più amore), confonde lo humor frocio ("Sei avvocato, ma non è per questo che ti chiamano principe del foro!") per "barzellette berlusconiane", inorridisce dinnanzi a ragazzi che "checcheggiano" (e qui, appunto, arrivava il "Tutto questo dovrebbe aprire nuovi varchi di tolleranza nel pubblico omofobico?"). Giudizi sorprendenti su un giornale "aperto" come il Manifesto nel 2010. "Appunto, non siamo più nel 2000", si ricorda amaramente nel film.

Invictus di Clint Eastwood

Out of the night that covers me,
Black as the Pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds, and shall find, me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll.
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

William Ernest Henley


Le cose non riescono mai ad arrivare dall'alto come per magia. Occorre impegno, sacrificio, capacità di posporre il bisogno immediato per concentrarsi sull'obiettivo finale, anche se questo vuol dire incertezza e rischio. Spesso occorre anche puntare sulle cose più inaspettate per raggiungere uno scopo, specie se quello è qualcosa di grande.

Meno male che c'è il principino: il televoto di Sanremo oscura il voto illegale alle Regionali

L'Italia trema. Poteri forti sono in agguato. Il paese è nei guai. Il dubbio essenziale e atroce non fa dormire la notte e viene lanciato e rilanciato da chi crede davvero nella democrazia: e se il televoto di Sanremo fosse stato truccato? Truffe, intrighi, sabotaggi, complotti, oscure trame e maneggiamenti maligni: le persone di buona volontà evocano gli scenari più furfanteschi e cospiratori.

E si spera che abbiano pure ragione, pur di non arrendersi all'idea orrorifica che agli italiani possano davvero piacere le stonature reazionarie del principino (ah, cari vecchi tempi in cui per andare in tv si doveva almeno fare lo sforzo di dare via il culo...). Il dramma democratico del televoto-sì/televoto-no invade prime pagine e schermate dei giornali e dei blog di sinistra, l'angoscia si raggruma nero su bianco in analisi politiche, sociologiche e filologiche.

Adriatico, Corbelli e il sesso confuso nell'era dell'Aids - La malattia e i suoi nemici (4° parte)

L'introduzione all'inchiesta:
* Dialoghi Hiv-correlati tra la vita e la vita

Giovedì 18 febbraio a Roma verrà presentato alla stampa "+ o - Il sesso confuso" di Andrea Adriatico e Giulio Maria Corbelli, documentario che racconta il mondo che ci circonda nell'era dell'Aids. Il film, che sarà proiettato per la prima volta per il pubblico venerdì 26 febbraio in occasione del festival "Visioni Italiane" di Bologna, è una polifonia di testimonianze per raccontare, al di là di dannose semplificazioni e moralistici "dico non dico", che cos'è l'Aids e come ha cambiato il mondo. I registi mi hanno contattato per intervistarmi nel film. E ora tocca a me il piacere di intervistare loro...

* * *

Come nasce, da quali esigenze nasce il vostro documentario?

Siamo nati entrambi nel 1966. Questo significa che abbiamo vissuto la scoperta del sesso, da adolescenti, esattamente negli anni in cui scoppiava l'epidemia di Hiv/Aids. E' stato quindi un fenomeno che ha profondamente segnato la nostra vita. Ma non solo quella della nostra generazione. Anche chi è nato in anni più recenti è stato condizionato da questo virus negli aspetti più intimi della propria vita e, alla fine, tutta la società ha subito dei mutamenti che in qualche modo sembrano riecheggiare le paure suscitate dall'epidemia di Hiv.

Faccia da coglioni e portafogli da ricconi: welcome in Italy, tra oblio e razzismo

Il fatto che le condizioni del passato fossero peggiori di quelle degli emigranti del suo tempo, diceva Edmondo De Amicis, non giustificava nulla. E come dargli torto visitando l'interessantissima mostra "La Merica!", allestita presso il Museo Galata del Mare di Genova fino al 10 gennaio? Si sente forte il senso di oppressione sostando nelle camerate - letti a castello su letti a castello - ricostruite nelle otto grandi sale della mostra...

Si sente forte il senso di oppressione già così, e manca la puzza di sudore e di urina, i corpi accatastati uno o due su ogni posto letto, il mal di mare e il vomito, l'insofferenza di una convivenza forzata lunga settimane, il totale annullamento della propria intimità, il morbillo e altre malattie che facevano strage di bambini e di adulti... Manca anche il terrore e l'umiliazione di Ellis Island, dove se un medico credeva di scorgere uno strano colorito nei tuoi occhi o trovava un po' stramba la tua risposta a una delle decine di domande sparate a raffica ti rispediva a casa.

Manca l'essenziale, insomma, e il nostro senso di oppressione rimane lontano mille miglia - lo spazio infinito di un oceano, potremmo quasi dire - dalla violenza subita dai nostri avi partiti sognanti per le Americhe e spremuti come limoni dall'avidità delle compagnie navali e dalla ferocia idiota delle burocrazie e acquista invece il gusto amaro, ma forse un po' sciocco, delle lacrime di chi ricorda un dolore senza averlo vissuto. Di chi, nel migliore dei casi, sente con forza che nulla giustificava quelle condizioni, come diceva De Amicis.

"Ricky" di François Ozon: non c'è amore dove non c'è libertà. Ma la felicità...

Nella difficile provincia di una città francese, a un bimbo spuntano due belle ali che gli permettono di svolazzare qua e là per la casa e per i dintorni. Possibile immaginare una fiaba più tenera e con una morale più lampante? Forse no. Ma è possibile che, quando il regista è François Ozon, la premessa vada a farsi friggere.

E così ecco questo strano film, "Ricky - Una storia d'amore e libertà", questa fiaba che ha ben poco di fiabesco: il realismo crudo, ma non spietato, non si scioglie neppure con l'irrompere del fantastico, la carne e il sangue (e le piume) non cedono mai il passo agli astrattismi dell'allegorico. La storia dolcissima ha un costante retrogusto d'angoscia ed il sorriso che ti aspettavi fin dall'inizio arriva, ma non riesce a sciogliere una sensazione forte di destabilizzazione e quasi di malessere.

"Letters to the president" di Petr Lom: l'Iran affamato e i milioni di lettere ad Ahmadinejad

Dove non esiste il SuperEnalotto i sogni ad occhi aperti cercano altre strade per esaudirsi. E in fondo non cambia molto tra giocare sei numeri su una cartella della ricevitoria e scrivere una lettera al potente più potente del Paese: le probabilità di una risposta sono in entrambi incasi veramente poche.

Beh, a dire il vero qualcosa di importante può cambiare: le finalità, ad esempio. Non è lo stesso giocare una schedina per comprarsi una villa; scrivere a un premier (possibilmente allegando book fotografico) per farsi candidare alle elezioni; e scrivere al presidente per poter sopravvivere. Perché gli iraniani scrivono ad Ahmadinejad proprio per questo: sopravvivere. E poco importa se sopravvivere significhi elemosinare 200 dollari, una capra o l'accesso a un prestito bancario. Importa ancora meno, agli iraniani delle campagne affamate, che Ahmadinejad sia un dittatore. Anzi, per loro lui è l'ultima speranza, il numero jolly.

"Videocracy - Basta apparire" di Erik Gandini: denuncia (banale) sulla malignità del banale

In Italia la tv è controllata da Silvio Berlusconi. Le ballerine sono mezze nude. Lele Mora è viscido. A Berlusconi piacciono le belle donne e le feste a Villa Certosa. Ai provini tv si presentano in tantissimi. Fabrizio Corona è affamato di soldi. I paparazzi inseguono i Vip. Il mondo colorato e allegro è falso e serve solo a far dimenticare agli spettatori i problemi reali.

Tutto già visto, detto, sentito, ripetuto. "Videocracy - Basta apparire", il documentario di Erik Gandini che, dopo il rifiuto di trasmetterne il trailer da parte di Mediaset e Rai, è diventato il nuovo feticcio dell'anti-berlusconismo, non presenta né analisi né fatti nuovi, se non due "chicche": Lele Mora, come già ben si sapeva orgogliosamente mussoliniano, colleziona - udite udite! - canti fascisti sul cellulare; e Fabrizio Corona, come già ben si sapeva orgogliosamente narcisista, si spalma - guardate guardate! - creme di bellezza anche sull'enorme pisello. Due chicche di puro gossip - e porno-gossip - la cui presenza è un po' paradossale in un film che vorrebbe denunciare lo strapotere del gossip stesso...

Quando il sesso imita il porno: la foto di Jamie Foxx nudo e il video dell'orgia di Eric Dane

La regina è senza dubbio lei, Paris Hilton, ricchissima ereditiera diventata famosa in tutto il mondo grazie al video porno girato con l'allora fidanzato Rick Salomon: in breve tempo, nonostante la qualità scadente delle immagini, il film è diventato uno dei maggiori best seller pornografici di tutti i tempi, aggiudicandosi un ricco bottino di premi - e innumerevoli polemiche e dispute giudiziarie.

Il grande colibrì