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Guerra immacolata e pace profana: il dilemma di chi cerca una soluzione ai dolori del mondo

Ci sono due tipi di giudizi con i quali possiamo affrontare la realtà e i suoi conflitti. Il primo è di stampo manicheo, la rappresentazione del Bene contro il Male, il nero contro il bianco, le schiere angeliche celesti contro le tenebrose orde demoniache. E' un atteggiamento semplice da adottare, semplicissimo da comunicare, che prende e accende subito gli animi. E' l'atteggiamento di chi salta subito in piedi, scava la terra per dissotterrare l'ascia di guerra, scava la terra per preparare la fossa per i morti di uno scontro di cui, in fondo, si prepara solo ad essere spettatore.

Lo vediamo tutti i giorni, nella veemenza degli attacchi alle "istituzioni comuniste" e nella politica governativa terroristica e genocida sull'immigrazione, nel vuoto di certa propaganda nella quale, intorno al grido antiberlusconiano, si stende un mutismo imbarazzato. Lo vediamo nella faciloneria con cui, al caldo delle nostre case e nella luce rassicurante dello schermo di un pc, ci si schiera accanto agli israeliani o ai palestinesi, offendendo la storia e la dignità umana dei primi o facendo spallucce sulle morti bambine dei secondi: l'importante è salvare la purezza della propria militanza, da discutere durante l'aperitivo con gli amici.

Bravo, bene, bis, punto: se il dissenso è costruttivo e il consenso è solo uno sbadiglio...

Sono felice di non essere il guru di nessuno. Sono felice che nessuno legga questo blog sperando di trovare la verità su qualcosa o il senso della vita. Sono felice che nessuno penda dalle mie labbra, dipenda da quello che dico o scrivo. Sono felice che se dico o scrivo una cazzata nessuno cerchi di arrampicarsi sugli specchi per giustificarla, per salvare il mito di una mia supposta infallibilità. Sono felice, soprattutto, di non voler essere un guru per nessuno. Tutti liberi, anche io.

E' questa la conclusione alla quale mi sento di arrivare dopo aver ricevuto una spiegazione illuminante. Una premessa è necessaria: ho scoperto con sorpresa che questo blog, pur con poche decine di migliaia di lettori al mese, è molto più letto di tanti altri blog e siti. Non è questo il punto, sia chiaro. Il punto è un altro: al numero maggiore di lettori, in molti casi non corrisponde un numero maggiore di commenti ai post, anzi. Perché?

Temi etici e obiezione di coscienza: i fondamentalisti creano confusione nelle parole

Un partito finalmente unito, se non fosse per i temi etici che ancora dividono, sui quali però è stata siglata una tregua momentanea tra chi vorrebbe una presa di posizione chiara e chi invoca la libertà di coscienza: questa l'immagine che il PD ha cercato di dare di sé nel week-end appena concluso. Ma qui vogliamo concentrare la nostra attenzione non sul PD, ma su due etichette linguistiche, accettate passivamente da politici, cronisti e commentatori: "temi etici" e "libertà di coscienza".

Che cosa sono i temi "etici" o "eticamente sensibili"? "Il testamento biologico, il riconoscimento delle coppie dello stesso sesso, l'aborto, la fecondazione assistita, l'eutanasia..." inizierà ad elencare qualcuno. "Tutti quei temi che hanno riflessi sulle norme che regolano il comportamento morale, cioè, ancor prima, sulla definizione del bene e del male, della giustizia e dell'ingiustizia, dell'onestà e della disonestà, dell'equità e dell'iniquità" ci ricordano i dizionari.

La rivolta egiziana dietro lo schermo di un PC: riflessioni su potenzialità e limiti di internet

Nelle strade del Cairo non ci siamo. Possiamo sapere e vedere solo quello che ci mostrano in tv, che ci raccontano sul web. E a volte viene il dubbio che questo semplice fatto, questa lontananza, questo osservare la realtà da dietro uno schermo possa in sé, senza che dietro ci siano volontà esplicite, deformare il nostro sguardo, mandarlo fuori pista. E allora forse è il caso di farsi qualche domanda, sapendo che ogni risposta sarà difficile perché non siamo nelle strade del Cairo. Anzi, forse è il caso di farsi qualche domanda proprio per capire questo: che ogni risposta sarà difficile e che non siamo nelle strade del Cairo.

I giornali e le tv raccontano di una rivolta partita e gestita attraverso il web. Raccontano di un popolo che continua a riempire di testi e di immagini e di video Facebook, Twitter e migliaia di blog. Di un regime che corre ai ripari bloccando i social network e l'accesso a internet. E qui già le cose si fanno ingarbugliate: se non si può accedere a internet, se non si può scrivere su internet, se non si può leggere da internet, come fanno le masse, per altro già riversatesi per strada, a organizzarsi attraverso internet?

Identità malleabili (per sopravvivere alla rigidità) - Il curioso caso dell'etero curioso (4° parte)

Dove eravamo rimasti...
* Nord, sud, ovest, est: disorientamenti sessuali? (1° parte)
* Una sola etichetta per tutti: quella del rispetto (2° parte)
* Quando il marito si "scopre" omosessuale... (3° parte)

Identità. Cioè assoluta uguaglianza. O, perlomeno, coincidenza di tutti gli elementi ritenuti rilevanti. E' attraverso questo meccanismo che ci sentiamo parti di un gruppo, di un'entità più grande di noi: una famiglia, un paese, un genere, un credo, una specie animale. E' attraverso questo meccanismo che sentiamo gli appartenenti ad altri gruppi (altre famiglie, altri paesi, altri generi, altri credi, altre specie...) come, appunto, "altri", diversi da noi per alcune caratteristiche fondamentali o in toto.

Questa relazione tra appartenenza e non appartenenza implica inevitabilmente una serie di norme, di prescrizioni positive e negative, più o meno complesse, più o meno stringenti. Non esiste identità senza norme. Perché sono proprio queste norme a costituire la colonna dorsale dell'identità. Tradire le regole del proprio gruppo di appartenenza significa tradire la propria identità. Abbandonare un'identità significa abbandonare le sue norme.

"The Social Network" di David Fincher: lo scorrere delle relazioni al tempo (compresso) di Facebook

Se è la finzione a pareggiarsi con la realtà non necessariamente è vera la tesi dell’iperrealismo. Probabilmente, è perché è la realtà a connotarsi sempre più sull’ombra del finto e dell’irrealistico. The Social Network, film diretto da David Fincher che narra l’ascesa di Mark Zuckerberg fondatore di Facebook e delle sue conseguenze legali e affettive, è forse per questo il film che, da un sacco di tempo a questa parte, rispecchia al meglio il mondo che ci circonda, rimandandocelo indietro come uno schiaffo, in cui nemmeno l’accensione delle luci della sala serve a scrollarsi di dosso quel senso di legame che si crea con la pellicola e il suo messaggio.

Forse, anzi, più passa il tempo e più ti entra dentro, scavando così tanto dentro la consapevolezza che quasi si raggiunge l’epifania. In tal caso, è scritto nelle regole dell’arte che l’opera capace di provocare questo sia da definirsi un Classico, fedele riproduzione del periodo storico che intende rappresentare, sguardo al possibile futuro e adatto a conservare nel tempo l’immagine del presente.

E’ un mondo difficile (e di vita incerta)


E forse circondato dalla più folle pazzia. Guardandomi attorno che vedo se non una continua e affannosa ricerca di qualche cosa che non si sa bene cosa sia l’importante è che mi faccia evadere da me stesso? Dalla politica ai rapporti umani, dalla cultura all’amore e via lungo sentieri impervi e sempre più difficili. L’Io, quello che per secoli di storia è stato conquistato a suon di sangue e guerre, di battaglie politiche e di ribellioni illuministiche, è un affare in disuso. Non conta più molto quel qualcosa che ci rende indivisibili, retti, eterni e soprattutto liberi. Per carità del cielo! A parlar di Io si rischia di fare la figura degli egoisti utilitaristici iper-ostili che si bardano di menefreghismo a fronte di un mondo che deve essere solidale in maniera prescrittiva.

Fuori dalle gabbie: WARBEAR contro l'identità bear strumento di marketing del mercato gay

Non aspettatevi paroline dolci o concilianti da uno che ha come nome d'arte - anzi, come nome di battaglia - WARBEAR, tutte le lettere urlate in maiuscolo, una dopo l'altra, senza perdere fiato. WARBEAR, o se preferite Francesco Macarone Palmieri, interviene nel confronto sulla cultura bear che abbiamo inaugurato con Les K. Wright e continuato con Orsi Italiani e con Perdido e certo fa casino. Parecchio casino. Ma è inutile commentare, sotto potete leggere voi quello che ha da dire.

Qualche parola, invece, vale la pena di spenderla per presentare questo studioso e artista eclettico. WARBEAR è un antropologo sociale che si occupa di gender e queer studies, sessualità e pornografia (potete ad esempio leggere il suo saggio "21st Century Schizoid Bear: Masculine Transitions Through Net Pornography" in "C'lickme", libro molto interessante e liberamente scaricabile). Come attivista queer, ha fondato E.U.RO. Epicentro Ursino Romano, gruppo dallo slogan eloquente: "Uguali a nessuno".

Alla ricerca delle domande perdute. Marchionne nel sistema mondo

Cosa resta a distanza di una settimana dell’intervista di Marchionne? Poco o nulla: una frase decontestualizzata, la Fiat senza l’Italia potrebbe fare meglio, il solito strascico di polemiche volto a cercare chi ha più colpa di chi, e il fatto che un uomo con doppia cittadinanza italiana-canadese non ha il diritto di dire alcunché sulla situazione italiana. Di tutto il resto, dal ritardo industriale dell’Italia al confronto competitivo di una cosa marginale chiamata Mondo, resta solo un rumore di sottofondo. Al di là del giudizio sull’uomo Marchionne e sul suo operato, criticabile per certi versi apprezzabile per altri, resta il fatto che molte delle cose che ha detto sono quelle classiche che tutti sanno ma che nessuno vuole mai affrontare con serietà e voglia di fare, adagiandosi sopra a un generico “In Italia le cose vanno male, cosa possiamo fare?”, scrollando le spallucce in modo sconsolato. Eppure, è stato proprio il rapporto con il sistema mondo la parte più interessante della sua intervista: cosa siamo in Italia in rapporto al resto del mondo? Perché è innegabile che, piaccia o non piaccia, è anacronistico riferirsi ormai ai confini nazionali per riferirsi ad una data situazione, in questo caso economica. Il mondo è sempre stato un ingranaggio che funziona come un tutt’uno, eppure facciamo di tutto per dimenticarlo e, forse, il fatto che sia uno che viene dal Canada a ricordarcelo è significativo del livello di consapevolezza che il sistema Italia ha del sistema mondo.

Il Tribunale della Storia

"E allora, mi dica, cos'ha combinato?" chiese l'uomo con la toga nera e il farfallino rosso, mentre si trastullava con il martelletto.

"Beh... Io non saprei! Io non ho fatto proprio niente di male" risposi perplessa.

"Sì, sì, va bene... Lei non ha fatto niente di male? Avrà pur fatto qualcosa di male - non le sembra? - se l'abbiamo fatta venire qui. Usi un po' di logica, per favore!".

"Ecco, dice bene! Mi avete fatta portare qui, quindi saprete bene il perché! Siete voi il giudice, dovreste anche dirmi di cosa sono accusata, sarebbe anche l'ora! Io sono certa, anzi: certissima di non aver commesso alcun reato".

"Reati, non reati... Ma le sembra questo il problema? Non lo sa che è l'amore la legge universale dell'universo, la forza che muove tutto, persino le stelle? Sa che le galassie sono più di 100 miliardi, che il sole ci mette 225 milioni di anni per compiere un'orbita completa intorno al centro dell'universo e che la stella più vicina al Sole dista più di 40 miliardi di chilometri? Tutto grazie all'amore, signora mia! E lei mi parla di reati? Mi creda, non importa nulla quello che si fa o non si fa, basta volersi bene...".

Intervista esclusiva a Ippolito Caldani: "Quello che ho fatto era l'alimento del mio giornalismo"

Dunque Caldani, quella che lei ci racconterà stasera in esclusiva è una storia complessa, che ha fatto parlare tutta l'Italia, ma di cui si sa ancora così poco. [L'espressione della conduttrice è seria, grave] E allora partiamo dall'inizio...

L'inizio... Io inizierei proprio dall'inizio-inizio. Ho cominciato la mia carriera di giornalista come freelance e, amando le sfide di questo mestiere, avevo deciso di dedicarmi alle grandi tragedie del nostro tempo. Partii in Africa e lì realizzai dei reportage che ritenevo importanti. Mi occupai, ad esempio, di 200 profughi eritrei prigionieri in Libia o della morte di centinaia e centinaia di bambini in Nigeria, intossicati dal piombo, vittime della caccia all'oro. Ma i miei reportage non ottennero alcuna attenzione, mandarono in onda solo un breve spezzone, a tarda notte, su RaiTre.


E quindi abbandonò l'Africa e tornò in Italia...

Sì, tornai in Italia e dissi chiaramente ai direttori dei tg: "Io voglio dimostrare le mie doti di giornalista, sono bravo e voglio occuparmi delle cose che interessano davvero". E le cose che interessavano davvero erano due: creare dossier su vari personaggi e la cronaca nera.

Sotto le mani di Ulf si sgretolano i muri: storia di un incontro dove la vita supera la speranza

Ulf ridacchia e non è mai stato così bello. So che ridacchiare è un verbo che mal sembra conciliarsi con l'erotismo (sarà anche colpa di quella doppia "c" così dura), ma mentre mi sfiora le spalle e la schiena e mi osserva divertito che gemo e mi dimeno senza controllo come la coda decapitata di una lucertola, non posso fare a meno di aggrapparmi al suo collo, fare forza per avvicinare il mio volto al suo e finalmente riprendere a baciarlo.

Ulf è un ragazzone biondo, alto e ben messo. Un vichingo, come lo definirebbe un mio amico che sui "vichinghi" da sempre sbava. Ho un po' di pudore ad ammetterlo, ma Ulf è proprio bello. E' simpatico, dolce e assolutamente sfrontato. E bacia come chiunque vorrebbe essere baciato. Il suo inglese è stentato, ma questo è davvero poco importante. E poi è così bello dirsi le cose e non capirsi e per questo sorridersi e ridere e finire ancora a baciarsi: cos'hai detto non lo so, non l'ho capito, ma quel che umidamente si trasmette tra le labbra è certamente molto più essenziale.

La verità infiltrata ai funerali di Cossiga: e un odore d'arancia riempì l'aria fino al cielo...

Voglio che Cossiga viva perché sto aspettando
da trent'anni di portargli le arance.
Marco Pannella

Stava andando tutto secondo i piani che Tossiga la Tossika, la nostra capa, ci aveva illustrato il giorno prima. Avevamo ritirato i manifestanti dalle strade e dalle università e avevamo infiltrato il funerale con agenti provocatori. Volevamo infiltrare la verità in quel coacervo di segreti. E così avevamo pedinato i giornalisti per tutto il rito funebre, senza lasciarceli sfuggire neppure per un attimo. Quando finalmente accesero i microfoni per le interviste in diretta erano ormai completamente circondati: l'organizzazione segreta Egida poteva entrare in azione!

Odore del sangue nell'incubo

E' un vizio assurdo lavarsi le mani in continuazione. Spera spera che quell'odore, il sangue misto a sudore e altro, se ne vada via assieme al passato, rimanendo pulito, scrutando senza pensieri il sole che sorge oltre quella casa in lontananza. Ma non va via mai quel maledetto odore, per quanto sapone acqua detersivo e lacrime si versino. Si consuma sulle mani e sul corpo, corrodendo la pelle, spacciandola per malattia negandola nella sua essenza di violenza. Così è ancora sangue quello che gronda dal lucernario, liquefacendo brandelli d'innocenza e respiri di fiducia. Senza senso succede nella notte. Senza aspettarsi nulla ma solo volontà di restarne fuori ancora. Così crolla ancora l'ancora e trae acqua senza capire da dove viene il rivolo rosso che puzza marciume dal suo distillato sgorgare.

Attesa

era seduto lungo il fiume e aspettava di veder passare il cadavere del Nemico
io, accanto a lui, desideravo solo buttarmi nel fiume, lavarmi, rinfrescarmi, nuotare

non è ancora tempo, diceva lui, fissando immobile lo scorrere del fiume
sta per riprendere a scorrere il tempo, diceva lui
e la lancetta dell'orologio davvero sembrava trepidare, pronta al movimento, ma poi restava immobile

Con amore se possibile, con forza se necessario: manganelli, terremotati e la "fine" di Berlusconi

Manganelli sulle teste di terremotati che manifestano pacificamente, la maglietta sediziosa "Ricostruiamo L'Aquila e il suo territorio" insozzata dal sangue, "La sinistra usa i terremotati per scatenare la guerriglia" e "Di Pietro sparge odio da una piazza all'altra" titola Il Giornale. E' sedizione, insomma. E intanto a Montecitorio un parlamentare dipietrista, Franco Barbato, viene circondato da un drappello di colleghi berlusconiani e preso a pugni.

Immagini da fine impero, dicono in molti e quasi tirano un sospiro di sollievo: sarà dura, ma si vede la luce in fondo al tunnel. Berlusconi e i suoi hanno perso la testa, hanno perso il controllo, dicono eminenti commentatori. Senza domandarsi come interpretare i fatti di ieri nel quadro della strategia del "panem et circenses" berlusconiano: possibile che un potere politico così fondato sul consenso abbia preferito la violenza contro quei terremotati che hanno fatto piangere l'Italia intera invece che lasciarli manifestare e nascondere tutto nel silenzio dei tg, come già fatto - e con successo! - tante altre volte nei mesi passati?

Le deportazioni non cambiano mai: gli eritrei respinti in Libia, gli interessi elettorali in Italia

E' rasserenante vedere come certe cose non cambino mai. Il sole sorge all'alba e cala al tramonto, la forza di gravità spinge le cose verso il basso e le deportazioni di massa avvengono sempre allo stesso modo: donne uomini e bambini ammassati in vagoni metallici, senza aria né luce, senza acqua né cibo, con i vestiti laceri o senza vestiti, con la puzza del sangue del piscio della merda e della paura, con la memoria e la prospettiva di bastonate, manganellate, stupri, degradazioni a non finire.

Certo, cambiano le vittime e cambiano le motivazioni che dobbiamo inventarci per giustificare tutto questo. Gli ebrei son passati di moda (non del tutto, ma vabbè), con i loro nasi sporgenti, la loro natura di strozzini e la loro voglia di rubarci le ostie per fare riti strani. Ora al mercato della paura e della sicurezza sono quotati gli eritrei: nasi schiacciati da africani, natura di violentatori da negri e voglia di farci tutti musulmani (e se Wikipedia dice che sono per metà cristiani mente di sicuro).

Il Pride di Milano 2010 va indietro : gay, lesbiche e trans non hanno nulla di nuovo da dire?

L'Italia va indietro, senza dubbio, seguendo un po' il passo del gambero e un po' quello dell'oca. E così il primo Pride della stagione, quello che si è tenuto ieri a Milano, decide di invertire il tradizionale senso di marcia, partendo da quello che è sempre stato l'arrivo (il Castello Sforzesco) e arrivando a quella che è sempre stata la partenza (i giardini di Palestro). Una scelta simbolica forte, non fosse che, se l'Italia va indietro, a Milano il movimento sembra seguirla a occhi chiusi.

Non sono mancati slogan molto belli, come i segnali stradali di Arcigay Lombardia ("Minoranza senza diritti - Pericolo esplosione", "Attenzione, materiale affettivo", "Attenzione emozioni in movimento"...), non è mancata neppure la costanza e la determinazione di Certi diritti, che ha marciato per il matrimonio gay (ma il resto del corteo se ne è già dimenticata, si è già fatta convincere dalle letture più reazionarie alla sentenza della Corte Costituzionale?). Peccato che per il resto si è registrata una generale poca partecipazione, nei numeri e negli entusiasmi.

Storia di Carlos dalla pelle morbida venuto in Italia a fare domande con la sua voce-cantilena

Penso às vezes que nunca sairei da Rua dos Douradores.
E isto escrito, então, parece-me a eternidade.
Fernando Pessoa

Prima di Carlos - prima di incontrare Carlos, voglio dire - non avevo mai fatto caso al fatto che i mulatti non hanno quasi un pelo. Era meraviglioso far scorrere la mia lingua sulla sua pelle morbida e glabra. La sua pelle sembrava quasi essere stata creata apposta per essere percorsa da una lingua. La sua pelle, che conosceva la lingua dell'America latina e dell'emigrazione, del sudore e del sale, ignorava del tutto il senso della parola attrito.

E tu, sei fuori dal sistema? Ricostruire la verità sulla storia d'Italia, ricostruire le nostre vite

Ci siamo abituati così tanto a chiamarlo "sistema berlusconiano" che oggi rischiamo di fare grande fatica a seguire l'evolversi degli eventi. Possiamo pure continuare a chiamarlo così, ma solo se ci rendiamo conto che l'espressione ha un valore puramente convenzionale e che c'è bisogno di un profondo sforzo mentale per superare alcune certezze, alcuni punti fermi che, invece, dobbiamo spostare parecchio in una prospettiva tutta da inquadrare da capo. La nostra più grande nemica, oltre a chi cerca di gettare la sabbia dell'oblio nei nostri occhi, rischia di essere l'oziosa pigrizia della nostra mente.

Chiamiamolo pure "berlusconismo" o "sistema berlusconiano", ma domandiamoci davvero se questo sistema vede in Berlusconi il proprio artefice o solo il proprio prodotto più visibile e pacchiano. Le più recenti indagini - che svelano reti di interessi di proporzioni angoscianti e dalle diramazioni impressionanti, che lacerano con il dubbio la storia degli ultimi decenni della vita politica e economica dell'Italia in tutti i suoi livelli - rendono la domanda tutt'altro che retorica.

Il grande colibrì