L'orso non ha Perdido né il pelo né il vizio: riflessioni di un disegnatore bear (2° parte)

Dove eravamo rimasti...
La 1° parte dell'intervista!

Oggi torniamo a commentare con Perdido, l'autore del blog WOOF! e di tavole di fumetti molto note nella comunità bear, le prese di posizione, per nulla tenere, di Les K. Wright, il più importante studioso del movimento ursino americano. Nella prima parte dell'intervista abbiamo ricordato l'esperienza della fanzine WOOF!, abbiamo parlato di arte bear e di alcuni atteggiamenti anti-ursini che stanno emergendo. Adesso cerchiamo di ricostruire come è nato, si è sviluppato e che fine sta facendo il movimento degli orsi, soprattutto in Italia.

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"Qualcuno si accorse che il desiderio, la tenerezza e tutte quelle pulsioni che (per quanto negate) sono motore dell’esistenza umana, sfuggivano in realtà alle tipizzazioni ufficiali, mentre esisteva una vastissima regione emozionale ancora priva di voce": racconti così la molla che fece scattare la nascita del movimento ursino. Per Giambattista fu la "mera esigenza di condividere un ideale estetico ignorato o ridicolizzato dai mass-media".

Alla ricerca delle domande perdute. Marchionne nel sistema mondo

Cosa resta a distanza di una settimana dell’intervista di Marchionne? Poco o nulla: una frase decontestualizzata, la Fiat senza l’Italia potrebbe fare meglio, il solito strascico di polemiche volto a cercare chi ha più colpa di chi, e il fatto che un uomo con doppia cittadinanza italiana-canadese non ha il diritto di dire alcunché sulla situazione italiana. Di tutto il resto, dal ritardo industriale dell’Italia al confronto competitivo di una cosa marginale chiamata Mondo, resta solo un rumore di sottofondo. Al di là del giudizio sull’uomo Marchionne e sul suo operato, criticabile per certi versi apprezzabile per altri, resta il fatto che molte delle cose che ha detto sono quelle classiche che tutti sanno ma che nessuno vuole mai affrontare con serietà e voglia di fare, adagiandosi sopra a un generico “In Italia le cose vanno male, cosa possiamo fare?”, scrollando le spallucce in modo sconsolato. Eppure, è stato proprio il rapporto con il sistema mondo la parte più interessante della sua intervista: cosa siamo in Italia in rapporto al resto del mondo? Perché è innegabile che, piaccia o non piaccia, è anacronistico riferirsi ormai ai confini nazionali per riferirsi ad una data situazione, in questo caso economica. Il mondo è sempre stato un ingranaggio che funziona come un tutt’uno, eppure facciamo di tutto per dimenticarlo e, forse, il fatto che sia uno che viene dal Canada a ricordarcelo è significativo del livello di consapevolezza che il sistema Italia ha del sistema mondo.

Sanctum Bunga Bunga, intercede pro nobis: perché le porcate di Silvio fanno comodo a tutti

Io non so dove vivo, ma non conosco neppure una persona che sia pronta ad ammettere che gliene freghi qualcosa del Bunga Bunga. Al massimo della figuraccia fatta con l'Egitto, al massimo dei problemi di sicurezza per il Paese con le donnine che entrano ed escono dalle stanze del potere... ma del Bunga Bunga no, "quello proprio no". Certo, poi su Facebook migliaia di persone si sono iscritte a gruppi a tema, la lettura dei giornali ha fatto boom, Google è assaltato da digitatori seriali di quelle cinque lettere ripetute...

Insomma, pruderie a parte, il Bunga Bunga piace, entusiasma. Vogliamo tutti sapere qualche particolare in più, gustarci qualche dettaglio nuovo, e poco importa cosa sia vero, cosa sia verosimile e cosa altamente improbabile. E' una barzelletta il Bunga Bunga, una danza erotica, un rito tribale africano, una simulazione di stupro, un'orgia anale vestiti da tribù del Continente Nero, magari col totem incluso. E' tutto quello che si vuole il Bunga Bunga, tutto quello che si sogna, tutto quello che si immagina, nel bene e nel male, nel biasimo e nell'invidia.

L'orso non ha Perdido né il pelo né il vizio: riflessioni di un disegnatore bear (1° parte)

L'intervista a Les K. Wright, con giudizi piuttosto duri sull'evoluzione della cultura bear americana, non è passata inosservata e ha suscitato le più disparate reazioni: si va da chi ha denunciato una sorta di "orsofobia" a chi, al contrario, ha colto l'occasione per provare a rilanciare le potenzialità più innovative del movimento. C'è chi non aveva mai riflettuto approfonditamente sugli orsi e ci ha contattato per avere altre informazioni e chi, invece, sul mondo ursino ha fatto mille pensieri e ha comunque tratto ispirazione dalle parole di Wright per proporre commenti ricchissimi di spunti.

Tra questi ultimi, c'è sicuramente Perdido (nome d'arte di Filippo), blogger e disegnatore bear: il suo post "RicOrsi Storici - la cosiddetta disfatta dei Bears" su WOOF! (n.b. vietato minori 18) è davvero da leggere con attenzione. Abbiamo deciso di intervistarlo, perché l'argomento, con tutte le sue implicazioni sui concetti di bellezza e di libertà di esprimere se stessi, ci sembra degno di interesse da parte di tutti, dagli orsi ai "D&G boys", dai gay agli eterosessuali...

Se mi tradisci ti sposo: tra cuckold e bull, come vivere per sempre cornuti e contenti (o no?)

La violence qu'on se fait pour demeurer fidèle
à ce qu'on aime ne vaut guère mieux qu'une infidélité
François de La Rochefoucauld

"La fedeltà è un raro ospite: se ti capita in casa, non lo lasciar più uscire" dice un proverbio italiano. E dice bene: la fedeltà è davvero rara, come ci insegnano gli scandali sempre più frequenti e soprattutto le statistiche. A quanto dicono gli studi più recenti, se metà dei matrimoni naufraga in un divorzio, nell'altra metà la fedeltà non è di casa: meno di un terzo delle persone sposate non ha mai commesso adulterio.

Nonostante tutto, la nostra cultura vede ancora, a torto o a ragione, la fedeltà sessuale come un elemento imprescindibile dell'amore sentimentale. E così i rapporti al di fuori della coppia vengono interpretati come un sintomo di mancanza di amore o per lo meno come la dimostrazione che qualcosa non funziona: l'adulterio, così, rientra culturalmente e simbolicamente nell'ambito del patologico, mentre i dati delle ricerche statistiche lo dipingono come un fenomeno decisamente fisiologico.

"Altro che letargo, facciamo ancora groar!": gli Orsi Italiani reagiscono all'intervista di Wright

Le parole molto dure e molto critiche sulla cultura bear - quasi una denuncia di fallimento per una rivoluzione annunciata e mai arrivata - pronunciate nella nostra intervista da Les K. Wright, il più importante studioso del fenomeno ursino in America, hanno suscitato curiosità in chi non conosceva questa realtà e hanno aperto un interessante dibattito tra gli orsi della Penisola. Segnalando l'interessante post di Woof! (n.b. V.M. 18!), sentiamo ora l'opinione di Giambattista, uno dei cofondatori di Orsi Italiani, il più importante gruppo bear del nostro paese, e attualmente webmaster del sito web dell'associazione.

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Cosa ti ha colpito di più nelle parole di Les K. Wright?

Ho letto con molto interesse l'intervista a Les Wright, lo storico del movimento bear che partendo dalla storia della comunità ursina statunitense arriva ad un'analisi abbastanza disillusa dell'attuale cultura bear. Non sono tuttavia del tutto d'accordo sul fatto che il movimento degli orsi non abbia saputo concretizzare quelle potenzialità "rivoluzionarie" associate all'estetica bear, almeno in Italia.

Appello per i profughi eritrei in Libia, ora interviene anche la Commissione europea

"Ora abbiamo l'Onu, la Commissione europea e numerose organizzazioni per i diritti umani che seguono i profughi eritrei ed è impensabile un'azione di rimpatrio coatto": è soddisfatto Roberto Malini di Gruppo EveryOne dopo aver ricevuto un'importante lettera dal Direttorato Medio Oriente e Sud del Mediterraneo della Commissione europea.

Gli oltre 200 profughi eritrei che hanno vissuto quest'estate l'inferno (il respingimento dall'Italia, la prigionia nei lager di Gheddafi, la fame, la sete, le violenze da parte della polizia libica...) vedono sfumare il pericolo più grande, quello di essere rimpatriati in Eritrea dove rischiavano di finire in altri campi di concentramento, nelle mani di altri torturatori, a subire violenze o anche a trovare la morte. Questa prospettiva agghiacciante sembra essersi allontanata definitivamente, anche grazie alla mobilitazione lanciata da Gruppo EveryOne e da NoirPink - modello Pandemonium che ha ottenuto l'attenzione prima dell'Alto Commissario Onu per i Rifugiati e ora della Commissione Europea.

La rivoluzione bear è andata in letargo: Les K. Wright e la cultura degli orsi gay (2° parte)

Dove eravamo rimasti...
La 1° parte dell'intervista!

Continua il nostro dialogo con il più importante studioso della cultura bear americana, Les Kirk Wright: che fine ha fatto la rivoluzione ursina?

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Quello di cui abbiamo parlato nella prima parte di questa intervista è in netto contrasto con la libertà dalla bellezza che la cultura bear sembrerebbe promettere, no?

Se osservi i primi numeri della rivista Bear, non si era ancora sviluppata un'estetica così chiara e conformista. Jack Radcliffe è stato il primo a incarnare questo nuovo canone di bellezza bear. Insomma, proprio come i gay in generale si sono assoggettati personalmente e reciprocamente allo stesso sistema di bellezza che ha storicamente oppresso le donne, gli orsi hanno allegramente abbracciato le proprie icone bear, vale a dire quelle che i media ursini sono stati capaci di vendere con così grande successo.

La rivoluzione bear è andata in letargo: Les K. Wright e la cultura degli orsi gay (1° parte)

Brutto è bello: un ossimoro più contraddittorio è difficile da pensare. E' un ossimoro dalle implicazioni potenzialmente rivoluzionarie, un grimaldello che potrebbe scardinare i giochi di potere su cui si fonda il regime della bellezza. Così, nel reame tirannico di re Peso Forma e di regina Ceretta, essere orgogliosamente grassi e pelosi - essere favolosamente "brutti" - potrebbe significare portare avanti un'essenziale lotta di liberazione antropologica.

Poi, certo, è più facile nascondersi dietro a un dito, a qualche frase fatta, perché in fondo "non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace" e in ogni caso "i gusti sono gusti"... Così la definizione di "brutto" torna ad essere offensiva, politicamente scorretta, non attribuibile a nessuno. Peggio ancora: il "brutto" pretende la certificazione ISO di bellezza, la canonizzazione come "diversamente bello". Incorpora in sé il lato più triste e violento della "bellezza rivelata". Si auto-condanna all'insignificanza culturale.

Il Tribunale della Storia

"E allora, mi dica, cos'ha combinato?" chiese l'uomo con la toga nera e il farfallino rosso, mentre si trastullava con il martelletto.

"Beh... Io non saprei! Io non ho fatto proprio niente di male" risposi perplessa.

"Sì, sì, va bene... Lei non ha fatto niente di male? Avrà pur fatto qualcosa di male - non le sembra? - se l'abbiamo fatta venire qui. Usi un po' di logica, per favore!".

"Ecco, dice bene! Mi avete fatta portare qui, quindi saprete bene il perché! Siete voi il giudice, dovreste anche dirmi di cosa sono accusata, sarebbe anche l'ora! Io sono certa, anzi: certissima di non aver commesso alcun reato".

"Reati, non reati... Ma le sembra questo il problema? Non lo sa che è l'amore la legge universale dell'universo, la forza che muove tutto, persino le stelle? Sa che le galassie sono più di 100 miliardi, che il sole ci mette 225 milioni di anni per compiere un'orbita completa intorno al centro dell'universo e che la stella più vicina al Sole dista più di 40 miliardi di chilometri? Tutto grazie all'amore, signora mia! E lei mi parla di reati? Mi creda, non importa nulla quello che si fa o non si fa, basta volersi bene...".

Intervista esclusiva a Ippolito Caldani: "Quello che ho fatto era l'alimento del mio giornalismo"

Dunque Caldani, quella che lei ci racconterà stasera in esclusiva è una storia complessa, che ha fatto parlare tutta l'Italia, ma di cui si sa ancora così poco. [L'espressione della conduttrice è seria, grave] E allora partiamo dall'inizio...

L'inizio... Io inizierei proprio dall'inizio-inizio. Ho cominciato la mia carriera di giornalista come freelance e, amando le sfide di questo mestiere, avevo deciso di dedicarmi alle grandi tragedie del nostro tempo. Partii in Africa e lì realizzai dei reportage che ritenevo importanti. Mi occupai, ad esempio, di 200 profughi eritrei prigionieri in Libia o della morte di centinaia e centinaia di bambini in Nigeria, intossicati dal piombo, vittime della caccia all'oro. Ma i miei reportage non ottennero alcuna attenzione, mandarono in onda solo un breve spezzone, a tarda notte, su RaiTre.


E quindi abbandonò l'Africa e tornò in Italia...

Sì, tornai in Italia e dissi chiaramente ai direttori dei tg: "Io voglio dimostrare le mie doti di giornalista, sono bravo e voglio occuparmi delle cose che interessano davvero". E le cose che interessavano davvero erano due: creare dossier su vari personaggi e la cronaca nera.

Vignetta: I'm A Pig


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"So You Think You Can Fuck": il porno gay diventa un reality show. Ad alta tecnologia

Seguire l'evoluzione dell'industria pornografica non è solo una curiosità da sessuomani. Capire infatti lungo quali direzioni le case di produzione porno decidono di svilupparsi, quali scelte compiono, quali mode lanciano è utile per comprendere lungo quali binari correrà il treno dell'immaginario erotico, visto che in questo campo è praticamente solo la pornografia commerciale a dettar legge.

Inoltre, considerando il fatto che proprio la pornografia sta avendo da molti anni un ruolo di apripista per le principali innovazioni tecnologiche, significa anche farsi un'idea di quello che potrebbe diventare lo spettacolo, il cinema, la tv e internet in un futuro molto vicino.